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RECENSIONE DI GIULIANO CAPECELATRO AL LIBRO DI FRANCESCA NOBILI SPADA

«Succedeoggi. Cultura nell'informazione quotidiana», 29 agosto 2018

L’acquario di Napoli
Finalmente viene pubblicato il romanzo di Francesca Spada sull'inquietudine esistenziale napoletana degli anni Cinquanta. Quella di Caccioppoli e dell'eresia ribelle e comunista

Una breve stagione di incerte promesse si spense in un gesto, nella Napoli scalcinata e dolente del dopoguerra. La pistola puntata alla testa, il dito che non esita. Renato Caccioppoli, matematico di fama mondiale, iconoclasta impenitente, anima tormentata, chiude la sua vita davanti alle foto di Evariste Gaulois, matematico geniale ucciso ventunenne in duello, e Arthur Rimbaud, enfant terrible morto alla poesia ancora adolescente. «Un gesto sospeso tra la gelida necessità di un teorema e un disperato urlo espressionista» (Liberazione, 6 aprile 2008; si perdoni l’autocitazione). È l’8 maggio 1959. Simbolica pietra tombale sui fermenti, le speranze, le illusioni, i conati della meglio gioventù napoletana, che nel matematico insigne aveva un faro: qualcosa di nuovo, di potentemente creativo, liberatorio in quegli anni sembrava potesse ancora germogliare nella città che si sgretolava. Da cui si fuggiva perché fuggita era la speranza; via, verso Milano, Roma. Echi di quel mondo in dissoluzione giungono dal romanzo incompleto di Francesca Spada (che firma con l’aggiunta del cognome anagrafico, Nobili, Nell’acquario dell’Angiporto Galleria), rimasto sepolto tra carte di famiglia per oltre cinquant’anni e ora pubblicato dall’editore torinese Zamorani. Ombre baluginano; facile riconoscere Caccioppoli; si intuiscono le sagome di Guido Piegari e Gerardo Marotta, anime dell’eretico gruppo Gramsci, e per questo espulsi dal Pci (Partito comunista italiano), e il vituperato Salvatore Cacciapuoti, occhiuto e autoritario dirigente comunista cittadino. [ continua ]

La recensione completa all'indirizzo:

http://www.succedeoggi.it/2018/08/francesca-spada-acquario-di-napoli/

Articolo sul libro di Guido Fubini L'antisemitismo dei poveri

Dialogo tra Manuel Disegni ed Emilio Jona

In «Ha Keillah», luglio 2018 anno XLIII-214 Tamuz-Av 5778

Manuel Disegni Ciao, Emilio, ho letto in questi giorni L'antisemitismo dei poveri, il saggio scritto da Guido Fubini all'indomani dell'attentato al tempio di Roma del 1982 e ripubblicato ora da Silvio Zamorani. Ti va di chiacchierarne un po'?

Emilio Jona Caro Manuel, discuto volentieri il libro di Guido con te. Ci separano due generazioni e sarà divertente confrontare le impressioni che ne abbiamo ricavato - e più in generale le nostre esperienze dell'antisemitismo - alla luce della nostra differenza d'età. [ continua ]

L'articolo completo si può leggere all'indirizzo:

https://www.hakeillah.com/3_18_22.htm

 

RECENSIONE DI SERGIO CASERTA AL LIBRO DI FRANCESCA NOBILI SPADA "NELL'ACQUARIO DI ANGIPORTO GALLERIA"

Leggere Nell’acquario di Angiporto Galleria, il libro autobiografico di Francesca Spada, curato dalla figlia Viola Lapiccirella, per l’editore Zamorani, è stato ripercorrere un pezzo importante del mio vissuto politico, dopo il primo romanzo che lo precede, “Mistero napoletano” di Ermanno Rea che tratta lo stesso argomento, la vicenda della giornalista de l’Unità, morta suicida, nel contesto della Napoli del secondo dopoguerra e dei primi anni sessanta.
È una storia personale e politica che ha appassionato schiere di lettori, per l’intreccio intrigante tra le vicende umane dei personaggi e il loro agire pubblico, come esponenti di un grande partito, nella tormentata storia di Napoli comunista, le cui propaggini giungono fino ai nostri giorni. Napoli protagonista di questa e di mille altre storie umane, Napoli grandiosa e miserabile, colta e plebea, Napoli piena zeppa di intellettualità aristocratica, Napoli lazzara e violenta, prevaricatrice, mendicante, Napoli guappa e illuminista, Napoli tutto e il suo contrario.
L’essenza di questa storia è nel rapporto di una generazione di intellettuali comunisti, giornalisti e dirigenti del PCI, alle prese con i tormenti delle proprie convinzioni e l’adesione al partito, la sottomissione alla sua ferrea disciplina, alle logiche degli apparati burocratici che macinavano vite e coscienze, in nome del bene supremo dell’unità del Partito. [ continua ]

La recensione completa all'indirizzo:

www.ilmanifestobologna.it/wp/2018/08/nellacquario-di-angiporto-galleria-e-mistero-napoletano-due-libri-per-una-storia-grande/

RECENSIONE DI ENRICO DEAGLIO AL LIBRO DI FRANCESCA NOBILI SPADA "NELL'ACQUARIO DI ANGIPORTO GALLERIA"

«Venerdì di Repubblica», 27 luglio 2018


FRANCESCA SPADA E IL SUO ROMANZO NAPOLETANO
La sua storia è un doppio mistero. Francesca Spada, nata a Tripoli nel 1916, residente a Napoli dal 1945, intellettuale militante nel partito comunista, redattrice delle pagine culturali de «L’Unità», morta suicida con accanto una poesia di Rilke nella primavera del 1961, è la protagonista del romanzo «Mistero napoletano» di Ermanno Rea, pubblicato, con grande successo, da Einaudi nel 1995. Vi si narra di amori e disamori tragici che si svolgono intorno a una militante affascinante, generosa e indipendente, che i vertici del partito odiano profondamente, per un innato maschilismo e un acquisito spirito ideologico-poliziesco. Sullo sfondo c’è la Napoli dolorosissima del dopoguerra, con i suoi sogni e i suoi ideali, non poi così distanti da quelli che animarono gli intellettuali partenopei che nel 1799 furono passati per le anni dai Borboni; e ci sono i protagonisti – i ribelli, gli idealisti – contrapposti agli uomini di partito senz’anima, ma veri vincitori nella battaglia politica. I loro nomi, peraltro, sono diventati molto famosi nella storia d’Italia.
Il secondo mistero viene svelato nel 2013 dalla figlia di Francesca, Viola Lapiccirella, che scopre, tra le carte di famiglia, una risma di fogli, in parte manoscritti, in parte dattiloscritti. È il romanzo che Francesca Spada stava scrivendo. Viola lo mostra immediatamente a Rea. L’autore le comunica di aver fatto un tentativo di far pubblicare la storia scritta dalla protagonista dai suo romanzo, ma di prevedere tempi lunghi. Rea muo-re nel 2016. Il libro finalmente esce la primavera scorsa dall’editore Zamorani, curato, annotato e splendidamente illustrato (paesaggi napoletani onirici) dalla figlia Viola, che gli ha trovato un titolo: “Nell’acquario di Angiporto Galleria” (dalla sede della redazione napoletana dell’«Unità»). È sicuramente solo un embrione di romanzo, mancano il primo e l’ultimo capitolo, una buona metà è costituito da scene sparse, bozzetti scritti a mano; ma il lettore rimane colpito dalla dolorosa potenza delle scene. I protagonisti, tutti giovani militanti comunisti con speranze, innamoramenti, discussioni, delusioni, vedono e scrivono di una città impazzita per i postumi della guerra, dove tutto — dalle donne che si buttano dalla finestra alla notizia di una ennesima gravidanza a quelle che si uccidono con la varechina, dai colossali processi istituiti per una rivolta contadina con gli imputati analfabeti nelle gabbie che si fanno il segno della croce ai lasciti devastanti delle alluvioni, dallo sgomento per la morte di Stalin alla comparsa sulla scena politica della camorra, «fatta di uomini primitivi» — è accompagnato dalla consapevolezza che «cose più grandi di loro, nel loro orrore, per la loro comprensione» stanno logorando gli anni della loro prima giovinezza; stanno facendo morire gli idealisti cercato la strada giusta nella «generosa speranza di poter rifare un mondo migliore». E dunque, più per le “cose”, più per “Napoli” che per l’ottusità del Partito, alcuni partiranno, altri si uccideranno. Il romanzo incompiuto di Francesca Spada lascia con due domande: allora è vero che solo le donne, Eleonora Fonseca Pimentel, Anna Maria Ortese, Fabrizia Ramondino, Elena Ferrante, possono scrivere di Napoli? E la seconda: non sarà, per caso, che Francesca Spada è Elena Ferrante?

Enrico Deaglio

 

RECENSIONE DI GIULIANO CAPECELATRO AL LIBRO DI FRANCESCA NOBILI SPADA

«Leggendaria», n. 130, 10 luglio 2018

LETTURE
C'ERA UNA VOLTA L’ANGIPORTO

Sarebbe riduttivo considerarlo un luogo, un mero dato topografico, spiazzo angusto seminascosto dietro via Toledo da un’edicola, che probabilmente sta lì da quando esistono i giornali. No, l’Angiporto Galleria – oggi, per la toponomastica, piazzetta Matilde Serao – è un topos cruciale della recente storia di Napoli; quella che parte dal secondo dopoguerra, in una città materialmente devastata dai bombardamenti, spolpata, avvilita e press ché moralmente annichilita dal fascismo, dalle incursioni aeree e dalla presenza degli alleati.
Un romanzo inedito, incompleto, riemerso quasi casualmente, riapre quelle pagine tormentate, le investe di una luce nuova, per molti aspetti rivelatrice. Nell’acquario
di Angiporto Galleria è il testo cui stava lavorando, quando si uccise, Francesca Spada, assurta a fama come tragica protagonista del romanzo-reportage di Ermanno Rea, Mistero napoletano.
Lo ha riesumato e curato la figlia, Viola Lapiccirella, autrice anche delle belle illustrazioni, che nell’introduzione, come chiave di lettura, evoca il dipinto Angelus Novus di Paul Klee e l’inquietante interpretazione di Walter Benjamin, per cui la catena di eventi etichettata come passato, verso cui indirizza lo sguardo l’angelo, è solo catastrofe, una tempesta che lo spinge irresistibilmente verso il futuro. Perché ciò che chiamiamo il progresso, è questa tempesta.
Non v’è forse epitaffio più calzante per quella breve stagione dell’intellettualità napoletana, conclusa con un’impressionante teoria di suicidi, con disperate fughe (suicidi simbolici) dalla città – via, via: Milano, Roma – di chi voleva sopravvivere e provare a dire, fare qualcosa, dopo isolati, spesso sterili, aneliti generosi a mantenere viva una speranza, un ideale palingenetico.
L’Angiporto era il cuore di questa vicenda. C’erano le sedi dei giornali: «l’Unità», dove lavorava Francesca Spada, «il Mattino», «Paese Sera». Lì si incrociarono alcune delle migliori intelligenze ed energie morali della città. Dal nume tutelare Renato Caccioppoli all’indomito Gerardo Marotta, che fino all’ultimo giorno di vita avrebbe continuato a combattere per non far naufragare l’Istituto per gli studi filosofici, stimatissimo in campo internazionale, negletto da istituzioni locali e nazionali; da Guido Piegari (la cui figura sfuggente è stata riproposta da Rea) a Renzo Lapiccirella, medico di mente sottile, arguta, chiamato a dirigere la pagina napoletana del quotidiano comunista.
I personaggi che animano il romanzo di Francesca Spada (che da scrittrice ritrova anche il suo cognome originario, Nobili) sono appena accennati, fantasmi nascosti sotto anonimi nomi: Maria, Piero, Massimo, Laura, Paolo, Marcella, Giovanni. Tutti immersi nell’acquario dell’Angiporto, nel clima pesante e fervente di quei giorni.
Clima che il romanzo restituisce in pieno. Con un Partito comunista, che incarnava l’aspirazione a una società più giusta, ma era di fatto un apparato rigido, soffocante. Che non tollerava deviazioni dalla linea indicata, tanto da additare Jean-Paul Sartre come un nemico del popolo. E con dei giovani intellettuali insofferenti dei dogmi stalinisti,
che si affidavano all’acume scettico di Caccioppoli, e si facevano espellere per aver creato l’eretico gruppo Gramsci, che leggevano l’inviso Sartre o Camus, in cui sentivano vibrare quel male divivereche,anche nell’orizzonte agognato della futura umanità, sperimentavano sulla propria pelle. Ma che dovevano concludere, come scrive Francesca Nobili Spada, «Il Godot che in tanti a quell’epoca aspettavamo non sarebbe arrivato più. E peggio che mai per una donna».

Giuliano Capecelatro

http://www.leggendaria.it/2018/07/


 

È disponibile il libro:

Bruno Taricco

Il ghetto delle Cherche. Appunti per una storia della comunità ebraica di Carmagnola


«La linea sinuosa, ma invisibile che unisce Saluzzo-Carmagnola-Torino è più marcata di altre che legano le relazioni umane, i rapporti commerciali, i reticoli famigliari, fin dalle origini quattro-cinquecentesche. [...] Non un triangolo, ma un segmento curvo unisce le tre comunità ebraiche di Saluzzo, Carmagnola e Torino, che hanno avuto storie dissimili fra loro, ma unite da questo filo vettoriale, che indica una direzione, un percorso di migrazione: dalla periferia al centro». (dalla Prefazione al volume di Alberto Cavaglion)

Con questo libro Bruno Taricco continua la sua indagine sulla storia degli ebrei in Piemonte: dopo Cherasco sono gli archivi di Carmagnola a ridare la trama della presenza ebraica nella città, dai primi documenti che risalgono agli anni dell’ultimo Medioevo (nel 1467 un atto notarile vi attesta la residenza di un ebreo), all’ampliarsi a più famiglie nel Cinquecento e nei secoli successivi. Alcuni capitoli percorrono la storia della comunità: gli insediamenti nel XVI secolo, il Seicento, il passaggio alla segregazione nel ghetto, la svolta della prima emancipazione francese e la successiva entrata, dopo il 1848, a pieno titolo nella vita del Regno, fino alla partecipazione alla guerra del 1915-18 e al graduale esaurirsi della comunità a Carmagnola – con le trasformazioni economiche e sociali da un lato e lo sprofondare del Paese nelle leggi razziste del 1938, nella Seconda guerra mondiale, nella deportazione degli ebrei e, dall’altro lato, la loro partecipazione alla Resistenza. Parte essenziale del volume è il ricco apparato documentario che sorregge sempre la descrizione delle attività, strutture e dinamiche sociali della comunità e fornisce un’ampia base di riferimento per approfondimenti e confronti.
L’Appendice, a cura di Ilaria Curletti, riporta il testo delle visite all’Università ebraica dei vescovi nel 1702 e nel 1746.

Bruno Taricco docente di Italiano e Latino, da oltre trent’anni è conservatore del museo Adriani di Cherasco e da qualche anno fa parte del consiglio del CISIM (Centro internazionale per gli studi sugli insediamenti medievali). Si interessa di storia locale e in questo settore ha pubblicato alcuni libri relativi soprattutto alle vicende cheraschesi – tra gli altri Cherasco Urbs firmissima pacis, Cherasco medievale, Cherasco barocca, Guida di Cherasco, Cronache cheraschesi del secondo periodo francese (1796-1815) – e verdunesi (Documenti e appunti per una storia di Verduno) oltre a numerosi saggi. Ha approfondito la storia plurisecolare dell’insediamento ebraico nella città in cui risiede con il volume Gli ebrei di Cherasco, pubblicato dalla Silvio Zamorani nel 2010.

15 x 21 cm - 536 pp. - 80 illustrazioni nel testoISBN 9788871582269 - 42,00 Euro

 

 

Recensione di Anna Segre al libro di Silvana Calvo L’informazione rifiutata.
La Svizzera dal 1938 al 1945 di fronte al nazismo e alle notizie del genocidio degli ebrei

In «Ha Keillah»

Come può un paese democratico mantenere la neutralità tra democrazie, fascismo e nazismo? Come può offrire un’informazione che appaia equilibrata per non suscitare le proteste di uno dei contendenti? Come può adeguatamente mettere al corrente i suoi cittadini del fatto che è in corso un genocidio se contemporaneamente deve mantenere rapporti amichevoli con la potenza che lo sta perpetrando? E se poi l’esigenza di mantenere rapporti amichevoli è rafforzata dal timore più che concreto di un’invasione e dalla volontà di non offrire pretesti con una presunta violazione della neutralità? La risposta è semplice quanto triste: non può. E infatti scopriamo con sconcerto che la Svizzera nei primi anni della guerra aveva dovuto accettare fin troppi compromessi: censure sui giornali, notiziari radio edulcorati, informazione ufficiale filtrata. Tanto per fare un esempio, il giornale socialista ticinese “Libera Stampa” subì 14 giorni di sospensione per aver pubblicato l’11 luglio 1940 la notizia dal titolo Battaglia navale nel Mediterraneo. Navi italiane colpite e in fuga, dando più peso ai comunicati inglesi che a quelli italiani.
Silvana Calvo con un lavoro minuzioso e instancabile è riuscita a ricostruire un quadro molto dettagliato della Svizzera di quegli anni: istituzioni, partiti e movimenti politici, i giornali con i rispettivi orientamenti ideologici, le agenzie di stampa, i cinegiornali, i notiziari radiofonici; ci illustra inoltre le pressioni e i provvedimenti punitivi che i giornali subivano se erano giudicati non neutrali e gli escamotage utilizzati per far capire al proprio pubblico quali informazioni erano da prendere sul serio e quali no senza incappare nelle maglie della censura.
A questa prima parte più generale segue quella dedicata più specificamente all’informazione sulla Shoah, che si inserisce in questo quadro e contemporaneamente ne rappresenta l’elemento più inquietante e paradossale. L’immagine di copertina, la dichiarazione anglo - russo - americana sul genocidio degli ebrei in corso pubblicata su Libera Stampa il 19 dicembre 1942, conferma ciò che il titolo stesso del libro fa intuire: in Svizzera durante la seconda guerra mondiale le notizie non mancavano affatto per chi voleva informarsi. Eppure, pur abbondante su alcuni giornali (primo tra tutti, appunto “Libera Stampa” a cui è dedicata la terza parte del libro), scopriamo con sconcerto che l’informazione sulla Shoah fu praticamente assente dai notiziari radiofonici dell’Agenzia Telegrafica Svizzera: dal 1939 al 1945 solo 34 notizie riguardanti in qualche modo la persecuzione degli ebrei, 23 delle quali provenienti da fonti dell’Asse. E scopriamo anche con sgomento che nel corso della seconda guerra mondiale la Croce Rossa svizzera inviò sul fronte orientale sei missioni mediche (quattro in Russia e due in Grecia) al seguito della Wermacht i cui membri, assoggettati come ausiliari dell’esercito alle leggi penali e all’ordinamento disciplinare dell’esercito tedesco, avevano l’obbligo di curare solo i soldati tedeschi e il divieto assoluto di raccontare ciò che avevano visto.
Oggi ci appare sconcertante che un paese democratico arrivi a tradire i propri stessi principi in modo così clamoroso, ma bisogna ricordare la situazione della Svizzera, soprattutto dopo che la Francia era stata invasa: un piccolo paese completante circondato dalle forze dell’Asse la cui vittoria appariva imminente; e naturalmente non mancavano nel paese stesso coloro che simpatizzavano con il fascismo e il nazismo. In questo quadro, in quella che potremmo definire l’ora più buia, la Svizzera, pur divisa tra “resistenti” e “accomodanti”, dimostrò una certa condiscendenza verso il nazismo ma al contempo un attaccamento caparbio alla propria sovranità e indipendenza. Tale orientamento si manifestò in diversi modi, dal piano difensivo che prevedeva la creazione di un “ridotto nazionale”, cioè l’arroccamento in una zona più interna della Svizzera in caso di invasione della parte esterna, alla costituzione della sezione “Esercito e focolare” con lo scopo “di rinforzare l’ideale patriottico, promuovere la volontà di difesa, rinsaldare i legami tra il soldato e il paese, distrarre e sviluppare spiritualmente i mobilizzati”; in una prima fase la sua azione fu rivolta alla propaganda tra i soldati e in seguito tra i civili.
Sconcertante leggere dalle “linee direttive” di “Esercito e Focolare” del 28 dicembre 1940: “Non si può negare l’esistenza di un problema ebraico solo perché - fortunatamente - non si è manifestato da noi con l’acutezza che possiamo osservare altrove. Ma se vogliamo restare obiettivi, siamo costretti a notare che l’ebreo è inassimilabile tant’è che nei due millenni da che dura la sua dispersione, non è mai riuscito a stabilirsi e integrarsi in nessun luogo. In passato alcuni cantoni e comuni svizzeri avevano degli statuti speciali per gli ebrei che per tutto il tempo della loro applicazione hanno assicurato un regime di rispetto dei reciproci diritti e doveri e reso inesistenti manifestazioni antisemite. Questi Statuti, scaturiti da un profondo spirito cristiano, hanno garantito la pace tra le parti, e non una confusione di sentimenti e ideologie foriera di ogni possibile eccesso”. Naturalmente tali linee suscitarono proteste (nell’esercito svizzero erano presenti anche ebrei) e fu poi pubblicata una rettifica. Ma in seguito suscitarono proteste e censure anche le linee direttive del 19 giugno 1943 contro l’antisemitismo.
Fortunatamente il quadro non è solo a tinte fosche: Silvana Calvo ci offre anche ampie informazioni su tutti coloro che invece si adoperarono per diffondere le informazioni sulla Shoah in corso e per aiutare gli ebrei profughi: gruppi politici e religiosi, giornali come appunto il già citato “Libera Stampa” e, naturalmente gli stessi ebrei svizzeri o residenti in Svizzera. Un panorama variegato, un insieme di voci che naturalmente tendono ad aumentare di intensità man mano che la guerra procede e si profila la vittoria degli Alleati.
Un lavoro di ricerca talmente ampio che un libro, pur così denso e corposo, non basta a dare conto diffusamente di tutto. Vale la pena ricordare che alcuni temi specifici (per esempio le navi dei profughi e i naufragi di cui si parla in questo numero) hanno trovato e troveranno uno spazio più ampio sulle pagine di Ha Keillah di cui Silvana Calvo è da molti anni una preziosa collaboratrice.

Anna Segre

http://www.hakeillah.com/2_18_16.htm


 

Recensione di Daniela Manini al libro di Silvana Calvo L’informazione rifiutata.
La Svizzera dal 1938 al 1945 di fronte al nazismo e alle notizie del genocidio degli ebrei

3 giugno 2018

“L’informazione negata”: quando la neutralità distrugge l’umanità

Neutralità. È la parola chiave di questo libro, la parola che ha informato tutte le scelte e gli indirizzi delle autorità svizzere durante il Secondo conflitto mondiale e nel periodo che lo ha immediatamente preceduto. Una neutralità che, se ha consentito alla Svizzera di non essere direttamente coinvolta, ha anche comportato pesanti responsabilità morali. Perché una domanda sorge spontanea: si può essere neutrali di fronte all’iniquità e all’orrore, o si diventa in qualche modo complici?
È il quesito inquietante che sgorga dalla lettura di questo libro, frutto di una ricerca accuratissima, durata anni, con la consultazione di migliaia di documenti. Un libro dalla stesura chiara, esauriente in ogni aspetto, che consente al lettore di farsi un quadro completo e circostanziato della situazione.
Silvana Calvo è partita da una ricorrente vulgata, quella che dice che della Shoà durante la guerra la gente non sapeva nulla, o quasi nulla… tutto si è scoperto dopo. E allora ha voluto vedere a fondo che cosa veramente le fonti di informazione svizzere dicessero e scrivessero in quegli anni, e, soprattutto, che cosa nelle ‘alte sfere’ si sapesse, in rapporto a quanto arrivava ai cittadini comuni.
L’autrice propone una accurata rassegna di tutti i mezzi di informazione allora disponibili: bollettiniradiofonici, cinegiornali, organi di stampa nazionali, locali, e confessionali. Tutti erano sottoposti a ‘censura di guerra’ che imponeva assoluta equidistanza tra le parti in conflitto e divieto di formulare critiche e commenti sfavorevoli, soprattutto nei confronti della Germania e dell’Italia.
È evidente come verso le potenze dell’Asse ci fosse in realtà un riguardo particolare: da un lato le pressioni tedesche e le più o meno velate minacce erano un elemento oggettivamente preoccupante, dall’altro non mancavano in Svizzera aperte simpatie per il Nazismo e il Fascismo e, quantomeno nei primi anni di guerra, la convinzione che proprio queste forze avrebbero prevalso. Era quindi opportuno, in vista del futuro assetto dell’Europa, guadagnarsi rispetto e favore.
I mezzi di comunicazione erano quindi soggetti a commissioni di controllo, che, in caso di infrazione alle regole imposte, prevedevano richiami, ammende, ed anche la sospensione delle pubblicazioni.
Alla fine i giornali si ridussero, per quanto riguardava le notizie sul conflitto, a riportare parola per parola (e citando la fonte) i testi inviati dall’Agenzia Telegrafica Svizzera che li riceveva dall’estero, e che ne diffondeva direttamente una selezione nei quattro bollettini radiofonici in tre lingue. Anche in questo occorrevano speciali cautele: non dare più notizie che provenissero da parte alleata, rispetto a quelle di parte tedesca, non usare (nel caso della carta stampata) caratteri che dessero più rilievo alle une piuttosto che alle altre, eliminare comunicazioni che contenessero parole pregiudizievoli soprattutto per Germania e Italia.
A questo proposito, nel libro si ricorda una controversia sorta per la pubblicazione di un dispaccio alleato che parlava di ‘navi italiane in fuga’ in occasione di uno scontro nel Mediterraneo, espressione ritenuta lesiva nei riguardi dell’onorabilità italiana.
In questo quadro si inserì, in modo per molti versi anomalo, anche l’azione informativa di "Esercito e Focolare". Si trattava di una iniziativa dell’Esercito finalizzata, in un primo momento, a rafforzare la motivazione dei 400.000 mobilitati attraverso iniziative di vario genere che promuovessero una immagine positiva del paese, per il quale valesse la pena di sacrificarsi, difendendo i valori su cui poggiava storicamente la Confederazione. Si temeva infatti, nei primi anni di guerra, che la Svizzera potesse subire un tentativo di invasione, per fronteggiare il quale erano stati predisposti piani di difesa.
Constatando, tuttavia, che tra la popolazione si stava diffondendo un atteggiamento disfattista, l’opinione, cioè, che essendo la Germania incontenibile, tanto valeva adeguarsi alla prospettiva di una Europa hitleriana e cedere, prima di esservi costretti con la forza, "Esercito e Focolare" pensò di estendere al sua azione anche al contesto civile. Senza un convinto sostegno della popolazione, l’esercito, infatti, sarebbe stato irrimediabilmente indebolito.
Negli ultimi mesi del 1941 ebbero così inizio i Corsi di Orientamento della Popolazione, cui avrebbero partecipato cittadini scelti, di provata fiducia, su indicazione delle autorità locali. La loro partecipazione assumeva il carattere di prestazione militare. Questi cittadini, a loro volta, avrebbero diffuso le idee attraverso contatti personali.
Ai conferenzieri, opportunamente formati, che tenevano i corsi, erano inviate regolarmente delle indicazioni dei temi da trattare, sotto forma di Linee Direttive. Nonostante la resistenza che il progetto trovò inizialmente presso le Autorità Federali, esso ebbe tuttavia modo di affermarsi e realizzarsi per tutta la durata della guerra, anche se non mancarono contrasti su alcune delle Linee Direttive.
Proprio per i suoi scopi, questo tipo di informazione andava in evidente controtendenza rispetto alla visione ‘sterilizzata‘ dei media tradizionali. Si concentrava l’attenzione in particolare sulla Germania, dalla cui martellante propaganda anche in territorio svizzero era necessario difendersi: gli argomenti diffusi da stampa e cinema tedeschi e le dicerie messe in circolazione da Berlino andavano puntualmente rintuzzati e contraddetti, rivelando quale fosse la realtà delle cose.
Trattandosi di informazione sotto la giurisdizione dell’Esercito, che aveva perciò carattere privato, in questi interventi era possibile sottrarsi largamente ai rigori della censura. Si venne così definendo una situazione duale. Da un lato la rigidissima neutralità ufficiale portata avanti dal Governo, dall’altro l’orientamento e l’informazione ‘sotterranea’ gestita dall’esercito.
Tornando ai media tradizionali, se in merito agli andamenti delle operazioni militari bisognava essere cautissimi, rispetto alle specifiche informazioni sulla persecuzione degli ebrei, scendeva addirittura un silenzio pesante, soprattutto nei bollettini radiofonici, che rappresentavano la fondamentale fonte di informazione quotidiana che raggiungeva praticamente tutti gli Svizzeri. È significativo come dalla consultazione delle 30.000 cartelle che costituiscono la raccolta completa dei comunicati radio dal 1939 al 1944, emergano solo una trentina di notizie riguardanti il tema, spesso ridotte a poche parole.
Come sottolinea l’autrice, in ossequio alla più rigorosa neutralità era vitale che le parti in guerra venissero presentate come moralmente equivalenti e ugualmente degne di rispetto». Per questo, per evitare cioè che le notizie delle uccisioni in massa degli ebrei mettessero a rischio tale precario equilibrio, non trovò spazio nei notiziari neppure il Comunicato Congiunto Interalleato del dicembre 1942 che parlava apertamente della politica di sterminio messa in atto dai Nazisti in ossequio ai propositi più volte enunciati da Hitler, e descriveva una Polonia trasformata in ‘mattatoio’.
Le informazioni, anche circostanziate, di cui disponevano le Autorità Federali, provenienti da fonti alleate e da associazioni ebraiche presenti in territorio svizzero, non dovevano arrivare ai cittadini, anche per paura che potessero essere fonte di disordini sociali, di aspre contrapposizioni tra chi era sinceramente antifascista e chi coltivava, oltre che simpatie per l’Asse, anche un vigoroso antisemitismo.
La pace sociale era bene primario, e doveva essere salvaguardata ad ogni costo, evitando ogni informazione che potesse essere divisiva. Inoltre, tenendo la popolazione all’oscuro di quanto stesse avvenendo agli ebrei, era anche possibile giustificare la politica di limitazione degli ingressi e di respingimento nei confronti dei profughi che premevano a tutte le frontiere della Confederazione, e bollare come esagerazioni non confermate le voci di persecuzioni e massacri che comunque giravano.
Una pagina non proprio nobile fu anche scritta, in quegli anni, dalla Croce Rossa il cui Comitato Internazionale aveva da sempre sede a Ginevra ed era composto da cittadini svizzeri. Come ricorda Silvana Calvo, «poiché la Croce Rossa, rappresentava agli occhi del mondo l’istanza suprema in grado di difendere le vittime, tutti colori che sapevano qualcosa del dramma che si stava consumando sotto il Nazismo, trovavano naturale informare il CICR». La Croce Rossa, dunque, ben sapeva che cosa stesse accadendo.
Ma anche qui prevalsero le prudenze e la determinazione a rifuggire da qualsivoglia implicazione nel problema del genocidio degli ebrei. Forti delle convenzioni internazionali, che prevedevano da parte della CR la tutela dei soli prigionieri militari e civili detenuti in paese nemico, i prigionieri interni, per motivi razziali e politici, erano considerati un problema esclusivo dei singoli stati.
Nulla perciò, neppure i tragici rapporti di membri della stessa CR, o delle rappresentanze nazionali, smosse il Comitato dalle proprie posizioni di estremo riserbo e di rifiuto di ogni qualsivoglia intervento, che non fosse l’invio di pacchi-viveri.
Addirittura, quando nel ’42 il palpabile disagio di vari membri del Comitato fece nascere l’idea di un appello per il rispetto dei diritti umani da sottoporre ai belligeranti, benché questo fosse redatto in termini estremamente blandi e generici, ad esso non fu dato corso, anche per le pressioni del Governo Federale. L’implicita allusione alla situazione degli ebrei avrebbe potuto infatti irritare la Germania, e risultare perciò in contrasto con gli indirizzi di neutralità adottati dalla Svizzera.
Allorché, più avanti, alcune missioni mediche della CR svizzera, inviate sul fronte russo e di fatto controllate dai tedeschi, si apprestavano a rientrare, dopo aver assistito a inenarrabili atrocità, i sanitari dovettero impegnarsi a serbare silenzio assoluto sulla loro esperienza. Venivano al contempo diramate disposizioni preventive di censura a tutti gli organi di informazione, affinché nulla potesse in alcun modo trapelare.
A differenza dei bollettini radiofonici, alcuni giornali riuscirono però a diffondere alcune informazioni aggiornate sulla persecuzione degli ebrei, sfidando la censura e accettando il rischio di essere colpiti da sanzioni. Molto dipendeva, na-turalmente, dall’orientamento delle testate. In questo si distinsero fogli liberali e socialisti, come il ticinese «Libera stam-pa», o periodici confessionali, espressioni della Comunità ebraica e delle Chiese cristiane. La loro diffusione era però limitata, e raggiungeva un pubblico naturalmente selezionato. Sapeva, insomma, solo chi voleva sapere.
Nell’archivio di Benjamin Sagalowitz, direttore dal 1938 e per tutta la durata della guerra della agenzia di stampa ebraica JUNA, sono conservati 800 ritagli di giornale, che rappresentano tutto ciò che in Svizzera fu pubblicato nei riguardi della Shoà.
Accanto ad articoli che presentano le misure adottate dai tedeschi e la sorte delle loro vittime, non mancano però anche scritti che danno sfogo a un violento antisemitismo, che individua nelle attitudini e nei comportamenti degli ebrei la mo-tivazione della ostilità nei loro confronti, li addita come elemento causale della guerra in corso, fiancheggiatori del bolscevismo, nemici attivi della Chiesa.
Curiosamente, come nota l’autrice, questi articoli si fecero particolarmente virulenti proprio quando, allentatasi la censura nel corso del ’44 (fu abolita nel 1945), sorse da più parti un’ondata di solidarietà nei confronti degli ebrei. Proprio questo, evidentemente, si voleva contrastare, anche per opporsi a una più aperta politica di accoglienza.
Il venir meno del potere della censura quando ormai la disfatta della Germania si delineava, consentì a molti giornali di esprimersi finalmente in modo aperto sulla tragedia della Shoà, e di formulare pensieri critici non solo sul popolo tedesco, che aveva consentito e favorito un simile obbrobrio, ma anche sul colpevole silenzio del mondo.
Scriveva Das Volk nel luglio del 1944: «Ora che si sollevano i veli che una troppo paurosa censura non può più imporre, il mondo scoprirà cosa sono capaci di fare uomini non più legati al diritto. Capirà che i fatti di oggi non sono l’inizio, ma la logica fine di uno sviluppo di fronte al quale ha taciuto fino a quando è stato troppo tardi… L’élite spirituale d’Europa, salvo qualche lodevole eccezione, ha preferito agire timidamente quando invece era necessario alzare decisamente e prepotentemente la voce».
Nel maggio del 1945 il National Zeitung punta direttamente la sua attenzione sulle responsabilità della Svizzera. « In quanti hanno percorso il nostro paese spiegandoci quanto bene stava facendo il Nazionalsocialismo, mentre l’infor-mazione sulla sua vera natura e sulle sofferenze da esso provocate era contrastata e definita propaganda e istigazione»?
I giornalisti trovarono allora anche modo di esprimere il proprio personale disagio per essere stati costretti al silenzio e la propria vergogna per averlo consentito.
«Sin dall’inizio della guerra, è sempre stato insopportabile il fatto che si sapesse, da buone e fidate fonti, che l’orrore che si celava dietro l’espressione ‘soluzione finale del problema ebraico in Europa’ significava lo sterminio sistematico di milioni di ebrei, ...ma questi rapporti sono stati proibiti dalla censura mediante un termine inventato per l’occasione, ‘favolette dell’orrore’, e la loro diffusione è stata severamente punita… Siamo sembrati tutti consenzienti, persino una istituzione come la Croce Rossa Internazionale, che non voleva mettere in pericolo le sue relazioni con certi governi responsabili. Se con ciò è stato davvero evitato un male maggiore, non si sa. L’ottusa inerzia verso questi avvenimenti è sembrata una agonia morale» (Thurgauer Arbeiter Zeitung, 8 luglio 1944).
E aggiunge il Landschaftler in quegli stessi giorni: «Chi tace, pur possedendo una voce in grado di farsi ascoltare, mette in pericolo il futuro della convivenza umana e il futuro della civiltà. Ci troviamo al limite estremo della neutralità».

Daniela Manini

https://www.glistatigenerali.com/geopolitica_storia-cultura/linformazione-negata-quando-la-neutralita-distrugge-lumanita/

 

NOVITÀ

Guido Fubini L’antisemitismo dei poveri

Guido Fubini (1924-2010) ha sviluppato in questo libro una serie di considerazioni sull’antisemitismo. Il ragionamento va diritto al cuore dei problemi, organizzandosi intorno a tre questioni princi-pali. Al primo posto viene Israele o, più esattamente, la forte pre-occupazione per il "rifiuto di Israele" indicato come forma spe-cifica di una più generale ostilità contro gli ebrei. Il secondo centro di attenzione è dato dall'antisemitismo di sinistra. Il terzo è co-stituito dalla politica antiebraica del fascismo italiano avviata nel 1938. A partire dai tre nodi appena indicati il discorso si apre in molte direzioni, illuminando le varie facce dell'antisemitismo con-temporaneo: dagli Stati Uniti all'Europa, al contesto arabo-islami-co, allo stesso mondo ebraico e a quello israeliano. Animato da un indiscutibile coraggio intellettuale e segnato dall'intreccio fra un vigoroso slancio ideale e un costante disincanto realista, Fubini si adopera a contrastare l'illusione che le classi diseredate siano ne-cessariamente portatrici di istanze progressive, quando viceversa possono spesso essere proprio i più deboli, i "poveri", la forza trainante dell'antisemitismo.
Corredano il volume la Presentazione di Fabio Levi, la Prefazione di Alberto Cavaglion e una Nota di Marco Brunazzi.

112 pp., ISBN 9788871582290, 18 Euro

 

NOVITÀ

Marta Nicolo Un impegno controcorrente. Umberto Terracini e gli ebrei, 1945-1983

Il libro ha per tema l’attenzione per il mondo ebraico nella vita e nell’opera di Umberto Terracini. Nel secondo dopoguerra il suo impegno al riguardo si espresse in tre campi principali: la società italiana, che faceva ben poco per reintegrare le vittime delle leggi antiebraiche del 1938 e delle deportazioni; il il Me-dio Oriente, dove il nuovo Stato di Israele e le speranze che incarnava furono oggetto di un rifiuto via via sempre più ra-dicale; infine la situazione in Unione Sovietica, nella quale l’an-tisemitismo diventò un fatto di prima grandezza. Terracini seguì tutto questo con cura e consapevolezza, facendone oggetto di riflessioni pubbliche e di azioni coraggiose. Ma soprattutto, ol-tre ad intervenire in Parlamento, sulla stampa e ovunque gli fosse possibile, non esitò mai, su tutti e tre i fronti nei quali si sentiva impegnato, a mettersi in gioco personalmente, per es-sere più efficace e per non perdere mai il rapporto diretto con i propri interlocutori. Marta Nicolo documenta e analizza pun-tualmente tutte queste attività restituendoci nel volume il ritratto di un intellettuale e uomo politico italiano di cui risultano l’origi-nalità di pensiero e la coerenza nell’azione concreta.

184 pp., ISBN 9788871582344, 24,00 Euro

 

 

Recensioni al libro:

Francesca Nobili Spada Nell’acquario di Angiporto Galleria

Questo romanzo esce ora, dopo il ritrovamento del dattiloscritto ritenuto perduto, a quasi sessant’anni da quando fu scritto. Ne è autrice Francesca Nobili Spada (1916-1961), giornalista, musicista, scrittrice, la quale visse intensamente la stagione del secondo dopoguerra a Napoli. Impegnata in quegli anni in una convinta militanza comunista, si trovò spesso in conflitto con le contraddizioni di un partito rivoluzionario nei principî ma non di rado conservatore nei suoi equilibri gerarchici e nei suoi “codici morali”. Attiva nel 1946 per il “Comitato per la salvezza dei bambini di Napoli”, in prima fila nelle organizzazioni femminili, fu insegnante di filosofia, poi critica musicale e cronista nella redazione dell’Unità (che si trovava in quell'Angiporto Galleria, divenuto naturale punto di incontro di tanti – giornalisti, militanti e dirigenti, intellettuali – che animavano la vità politica e culturale della città negli anni della Guerra fredda). Francesca Spada frequentava i gruppi intellettuali più avanzati e originali della città e fra il 1957 e il 1961 scrisse questo libro: romanzo di formazione collettiva di un gruppo di giovani militanti, – “ci siete tutti dentro” avrebbe detto ai compagni, – ripresi nel fluire dei loro anni migliori tra impegno, ambizioni e passioni, slanci e disillusioni. Un testo apparentemente tradizionale nella forma per la scrittura quasi cinematografica, percorso al suo interno da rotture narrative, a volte frammentario negli intrecci delle vicende dei protagonisti. Leggendolo si è subito immersi nelle giornate di Maria e Paolo, Piero e Giovanni, Massimo, Laura e Marcella, personaggi di quella Napoli che, secondo Anna Maria Ortese, “il mare non bagnava più”. Quei giovani, logorati dalla loro stessa troppo intensa passione, spendono le loro vite nella generosa speranza di poter rifare un mondo migliore.

«A un certo punto del racconto il personaggio di Laura, il più somigliante a Francesca Spada, ricorda le "parole dello statuto del partito, stampate sul retro delle tessere: “vita privata onesta, esemplare”. Quattro parole che costruirono intorno a lei, comunista irregolare guardata con sospetto dai compagni per il suo spirito libero oltre che per il suo primo matrimonio con un fascista, la gabbia di pregiudizi e diffidenze arrivata a farla sentire sempre più anomala e sola, fino alla scelta del suicidio. Perché la sua vita privata – e interiore – non risultava conforme ai dettami prescritti da un partito dominato da quella che Ermanno Rea definì “l’ossessione maschilista del comunismo napoletano”. [...] Ora, con Nell’acquario di Angiporto Galleria arriva quella che si può considerare un po’ la vendetta postuma di Francesca. Si fa strada intessendo i fili delle vite dei giovani uomini e delle giovani donne che nel dopoguerra animavano la redazione napoletana dell’«Unità», il mitico quarto piano frequentato tra gli altri da Annamaria Ortese, Raffaele La Capria, Giorgio Napolitano, Gerardo Marotta e posto da Ermanno Rea al centro di Mistero napoletano. [...]. Ma la storia, più permeata dal valore della testimonianza che della prova letteraria, fa affiorare soprattutto quel privato così fermamente irreggimentato dal partito: i pettegolezzi, i tradimenti compiuti o solo sognati, le coppie tenute insieme dalla disciplina di partito, i matrimoni combinati dai funzionari, la deplorazione per unioni come quella di Francesca e Renzo Lapiccirella, considerate non consone al modello di rigore comunista perseguito.» Titti Marrone, «Il Mattino» 11 aprile 2018

«Francesca si tolse la vita il 31 marzo del 1961. Tre giorni prima, il 28 marzo, aveva finito di scrivere il romanzo. Ritrovato nel dicembre del 2013 dalla figlia Viola Lapiccirella, adesso il testo di Francesca ha finito di essere un dattiloscritto perduto. E sul "mistero napoletano" della sua vita, sulla ferita aperta della morte, su cui indagò Rea, si fa ancora un po’ di luce. [...] Il titolo, Nell’acquario di Angiporto Galleria, riassume bene e simbolizza la storia autobiografica che Francesca Nobili Spada, nata nel 1916, cominciò a scrivere nel 1957. Lì, in quel classico luogo della città di Napoli, c’era infatti la sede de "l’Unità"; e lì convogliarono, tra incontri e scontri, speranze e disincanti, amori e disamori, un gruppo di giovani intellettuali e militanti comunisti nel tempo della guerra fredda. Giovani come Francesca, come il marito Renzo, come Rea, Gerardo Marotta, Guido Piegari; uomini e donne, insomma, che volevano generosamente cambiare il mondo, ma che furono spesso costretti dai casi della vita, e soprattutto dai burocrati del Pci stalinista, a sacrificare i sogni alla ragione di Stato del Partito e di Mosca. Furono sacrifici che ebbero qualche tragico epilogo: la morte di Francesca, quella del matematico Renato Caciopppoli, che si uccise nel 1959. Nel romanzo, la Nobili Spada raccontò se stessa, gli amici e i nemici, tutta gente vera, reale, comunque, e riconoscibile: dagli eretici come loro a Giorgo Amendola, Giorgio Napolitano, Salvatore Cacciapuoti, Maurizio Valenzi. Lo fece però "dopo avere mescolato i frammenti", come aveva detto a Rea, di se stessa e degli altri.» Massimo Novelli, «Il Mattino» 11 aprile 2018

 

 

È disponibile il libro

Martina Mengoni

Variazioni Rumkowski: Primo Levi e la zona grigia

15 x 21 cm - pp. 64 - ISBN 9788871582320 - 10,00 Euro

 

Fu una moneta in alluminio – riprodotta in copertina di questo volume – a mettere Primo Levi sulle piste di Chaim Rumkowski, autocrate del ghetto di Lódz sotto l’occupazione nazista. Nella sua ricostruzione, la parabola di questo ambiguo e paradossale «re dei Giudei» divenne l’emblema stesso della «zona grigia»: del territorio, paradossale e ambiguo a sua volta, che separa le vittime dai loro aguzzini. È il territorio alla cui scoperta ed esplorazione Levi dedica il capitolo più importante del suo ultimo libro, I sommersi e i salvati.
Mettendosi a sua volta sulle piste di Rumkowski e della zona grigia, Martina Mengoni ha dato forma a un saggio critico che in breve tempo si è rivelato imprescindibile per gli studi su Levi. Apparso originariamente online nel sito del Centro internazionale di studi Primo Levi di Torino, Variazioni Rumkowski si è imposto all’attenzione per la mole sorprendente delle scoperte fattuali, per la finissima quanto rigorosa interpretazione dei testi e dei contesti, infine per la sua scrittura asciutta, chiara e veloce.
Variazioni Rumkowski è un titolo musicale che per la sua precisione e ironia avrebbe potuto piacere allo stesso Primo Levi. Riproporlo in forma cartacea significa assicurare un’ulteriore via di circolazione – una nuova pista da percorrere – a uno studio tra i più illuminanti e felici degli ultimi anni.

Marco Francesco Dolermo

Alla fiera di Tantah. Il sionista che amava l’islam: Raffaele Ottolenghi (1860-1917)

Prefazione di Alberto Cavaglion

Il volume è dedicato alla figura di Raffaele Ottolenghi, intellettuale ebreo nato nella seconda metà del XIX secolo e morto nel 1917 all’età di cinquantasette anni. Appartenente a un’importante famiglia di Acqui Terme, figlio del rabbino Bonajut – che si era salvato a stento dall’assalto al ghetto della città del 23 e 24 aprile 1848 –,avvocato, intraprese la carriera diplomatica; fu filantropo, militante politico, studioso della cultura e della religione orientale. Aderì al Partito Socialista, di cui divenne attivo esponente, collaborando a riviste e giornali tra cui «Critica Sociale» e «l’Avanti!». In seguito al suo soggiorno al Cairo acquisì una profonda conoscenzare dei problemi africani ed asiatici; unì agli interessi politico-storici quelli filososofici e religiosi che trattò in molti scritti, tra i quali l’opera più importante: i tre volumi di Voci d’Oriente. Collaborò a molte riviste culturali, da «Coenobium» al «Vessillo israelitico», a «Israel», alla «Nuova Antologia di Lettere, Scienze ed Arti», «Bilychnis» e molte altre. Sviluppò una riflessione personale in una forma di sionismo spirituale e, avverso ai simboli e al linguaggio del potere, critico nei confronti del progetto statuale in Palestina di Theodor Herzl, ritenne che l’esistenza di Israele non potesse essere disgiunta dalla presenza mussulmana che da secoli intrecciava la propria cultura con quella ebraica.
Nel libro di Marco Dolermo, che riporta un’analisi molto ampia della vita e delle opere di Ottolenghi – con i suoi scambi con importanti studiosi: in modo particolare Paolo Orano, con cui ebbe una lunga polemica culturale –, sono ripubblicati alcuni scritti significativi di difficile reperibilità, assieme a un’ampia collazione delle sue pubblicazioni.

15 x 21 cm - 271 pp. - 9 illustrazioni nel testo - ISBN 9788871582214 - 32,00 Euro

È disponibile il nuovo libro di Silvana Calvo:

L’informazione rifiutata
La Svizzera dal 1938 al 1945 di fronte al nazismo
e alle notizie del genocidio degli ebrei

15 x 21 cm - pp. 359 - 28 illustrazioni nel testo. ISBN 9788871582221 - 38,00 Euro

 

Nell'estate del 1942 su molti giornali svizzeri si poteva leggere che il numero degli ebrei uccisi dai nazisti fino a quel momento aveva raggiunto il milione. La Dichiarazione congiunta anglo-russo-americana, apparsa in dicembre, parlava ormai chiaramente di sterminio e accusava i tedeschi di aver trasformato la Polonia in un mattatoio. A partire dal 1943 i dispacci d’agenzia scrivevano di 2 milioni, 3 milioni, 4 milioni, fino a 5 milioni di ebrei uccisi. Non solo lo sterminio, ma anche le notizie sulla deportazioni, sui ghetti, sulle esecuzioni per rappresaglia, insomma su ogni aspetto del dramma che si stava consumando a non grande distanza, riuscivano a raggiungere la Svizzera, grazie anche alla sua posizione di paese neutrale.
L’informazione sul genocidio non fu uniforme: il notiziario radiofonico, il cinegiornale, la stampa e l’esercito la gestirono in modo differente e articolato; chi con intransigente reticenza, chi facendo filtrare il massimo possibile di notizie nonostante le continue raccomandazioni del governo e le imposizioni della censura. Questo, tra l’altro, in un quadro in continuo mutamento a seconda di come evolveva il conflitto e dei rapporti di forza tra i diversi schieramenti nella Confederazione, ossia tra chi pensava che si dovesse scendere a patti con i tedeschi e chi invece metteva al primo posto la difesa della sovranità nazionale.
Le notizie sullo sterminio degli ebrei circolavano dunque ampiamente e in tempo reale, grazie anche a personalità ebraiche come Benjamin Sagalowitz e Gerhart Riegner, a un pastore evangelico come Paul Vogt o a un giornalista socialista come Otto Pünter. Malgrado la censura, giornali quali ad esempio «Libera Stampa» di Lugano riuscivano non solo a dare un’informazione puntuale, ma anche a presentare i fatti in modo da contrastare efficacemente la diffusa tendenza dei lettori a non voler vedere quanto pure avevano sotto i loro occhi.

Silvana Calvo si occupa di razzismo e antisemitismo nel Novecento e in particolare di Shoah, della situazione degli ebrei in Svizzera e di stampa ed antisemitismo; ha pubblicato: 1938 Anno infame, Antisemitismo e profughi nella stampa ticinese, Bologna, 2005; A un passo dalla salvezza. La politica svizzera di respingimento degli ebrei durante le persecuzioni 1933-1945, Torino 2010, con cui ha vinto il Premio Internazionale Vittorio Foa 2014 della Città di Formia.

Illustrazioni:

In alto una riproduzione del cosiddetto Telegramma Riegner dell'8 agosto 1942, ritrasmesso più tardi da Sidney Silverman da Liverpool a Stephen Wise a New York, con il testo "ricevuto tramite foreign office seguente messaggio da riegner ginevra stop ricevuto rapporto allarmante in quartiere generale führer discusso e valutato piano tutti ebrei paesi occupati o controllati germania numero 3-½ a 4 milioni dovrebbero dopo deportazione e concentramento in est in sol colpo sterminati per risolvere definitivamente questione ebraica in europa stop azione riferita pianificata per autunno metodi in discussione comprendono acido prussico stop". Foto AfZ Zurigo.

Sulla destra è riprodotto l’articolo comparso il 19 dicembre 1942 su «Libera Stampa», quotidiano socialista del Canton Ticino, in cui veniva riportato il testo della Dichiarazione comune anglo-russo-americana sulla persecuzione degli ebrei in Europa, resa pubblica contemporaneamente a Washington, Londra e Mosca il 17 dicembre 1942.

Catalogo della mostra a cura di Lucetta Levi Momigliano, Lia Montel Tagliacozzo, Avi Reich

Giorgio Olivetti

I giorni, le opere, la Sinagoga sotterranea di Torino

 

Contributi di Elena Dellapiana - Lucetta Levi Momigliano - Avi Reich

Il volume è il catalogo della mostra allestita per ricordare, ad un anno dalla scomparsa, avvenuta il 21 novembre 2016, Giorgio Olivetti, ingegnere e architetto, al quale si deve la realizzazione del Tempietto sottostante la Sinagoga della Comunità Ebraica di Torino, ed anche l’affidamento di importanti documenti, disegni, progetti, fotografie, preziose testimonianze, non soltanto relative a Giorgio, ma anche al padre, l’ingegnere Guglielmo Olivetti, all’Archivio Ebraico Benvenuto e Alessandro Terracini di Torino.
Il Tempietto che illustra la copertina del libro rappresenta quindi il luogo privilegiato per illustrare la vita e le opere di Giorgio, nato nel 1929 a Torino da una famiglia borghese, perfettamente integrata all’interno dell’intellettualità più significativa della nostra città dopo i drammatici eventi bellici.
L’ampio apparato iconografico mette in evidenza, attraverso dipinti, disegni, fotografie, la formazione, non solo scolastica e universitaria, ma anche intellettuale di Giorgio Olivetti, partecipe del dibattito che animava alcuni gruppi di giovani architetti, artisti ed intellettuali della Torino dei primi anni Sessanta, così come i saggi in catalogo ne hanno tracciato le vicende biografiche.
Una parte importante dell’esposizione è stata dedicata ai disegni preparatori per il Tempietto ed il Centro Sociale, e ai diversi progetti per altre committenze pubbliche e private, progetti tutti rigorosamente restituiti dalle immagini fotografiche del catalogo.

 

Franco Segre

Questa Legge non è in cielo.

Una selezione di schede dalle lezioni

del Corso di avvicinamento alla cultura ebraica

 

pp. 551, 36 illustrazioni nel testo,tavole riassuntive. ISBN 9788871582283. 30,00 Euro

 

 

Recensione di Giorgio Fabre alla nuova edizione ampliata del libro di Michele Sarfatti Mussolini contro gli ebrei

 

La lunga rincorsa di Mussolini antisemita
Storia contemporanea. Nell’edizione ampliata del suo «Mussolini contro gli ebrei», da Zamorani, Michele Sarfatti presenta diversi nuovi «episodi». Già prima del ’38 però..
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Giorgio Fabre

Da: «Il Manifesto» Edizione del 08.10.2017

Nel maggio 1994 Michele Sarfatti pubblicava da Zamorani, editore specializzato in storia della persecuzione antiebraica, la prima edizione di Mussolini contro gli ebrei. Renzo De Felice era già malato, ma ancora attivo e dirigeva la sua rivista, «Storia contemporanea». E molto incisivo era lo stuolo dei suoi allievi, esponenti dell’establishment accademico e collaboratori di vari giornali. Mussolini contro gli ebrei metteva profondamente in crisi, soprattutto grazie alla precisione e all’incontestabilità della documentazione, le tesi dello storico del fascismo, in particolare la sua Storia degli ebrei. Era una svolta in questo campo, anche di metodo. La reazione fu un silenzio greve sul libro di tutta la potente scuola defeliciana. L’anno dopo De Felice pubblicò il famoso Rosso e Nero (Baldini e Castoldi) su Mussolini e il fascismo, ignorando del tutto questo libro. Si ricorda solo, per converso, una recensione appunto dell’allora nemico di De Felice, Nicola Tranfaglia, su Repubblica. Ma la vita del libro di Sarfatti fu assai difficile.
Egli aveva ricostruito con estremo dettaglio – spesso avendo recuperato carte autografe e lavorando sugli originali – tutte le prese di posizione e le concrete azioni persecutorie del capo del fascismo verso gli ebrei nel 1938: compresa l’elaborazione del Manifesto della razza (l’attribuzione era praticamente una novità) e la preparazione accurata delle leggi antisemite.
Dalla ricostruzione emergeva che il duce aveva condotto di persona un lavoro di una complessità enorme e Sarfatti, passo passo, lo aveva seguito – per quanto era stato possibile – nelle sue varie fasi, con documenti originali e interpretazioni assai innovative. È ovvio che a uno storico come De Felice, che aveva puntato a dimostrare come nel 1938 Mussolini avesse «discriminato» gli ebrei, più che «perseguitarli», una ricostruzione del genere potesse dare fastidio. In un certo senso, Sarfatti agì da «revisionista» nei confronti dello storico italiano accreditato come il massimo esponente italico del revisionismo storiografico. Se ne accorse George Mosse, che fino ad allora sul fascismo italiano aveva seguito in tutto De Felice. Rapidamente (e morto De Felice nel maggio 1996), Mosse fece uno scarto e nel ’97 dichiarò che su antisemitismo e razzismo non dava retta «fino in fondo» allo storico reatino e qualche anno dopo certificò che riteneva Mussolini «un convinto razzista».
Oggi, a quasi un quarto di secolo dalla prima uscita, presso lo stesso editore Sarfatti pubblica una nuova edizione ampliata di Mussolini contro gli ebrei (Zamorani, euro 28,00), 217 pagine invece di 199 e con un corpo più piccolo, in cui aggiunge e illustra diversi nuovi episodi dell’antisemitismo di Mussolini nel 1938: alcuni recuperati e ridiscussi in base ai nuovi studi pubblicati nel frattempo, altri ricostruiti in maniera inedita. Chiude il volume un capitolo sul censimento degli ebrei dell’agosto ’38, che non contiene novità rispetto al ’94.
Il risultato della seconda edizione è la dimostrazione – ancor più forte di quanto si sapesse o si potesse intuire – dell’impegno antisemita di Mussolini: che, come è noto, era un lavoratore indefesso e veloce, ma fu davvero impressionante per l’attenzione e la cura con cui predispose il terreno e poi preparò le nuove leggi contro gli ebrei. Rispetto a vent’anni fa, sappiamo ora che nel 1938 scrisse articoli (in forma anonima) sulla campagna razzista; allertò con anticipo, un mese prima del Manifesto, i ministeri che avrebbero dovuto agire; si preoccupò, fin dal novembre 1937, di avvertire i nazisti della campagna antisemita che si andava preparando in Italia. Si fece affiancare da alcuni «tecnici», i cui ruoli però sono ancora piuttosto opachi; e poi da qualche politico; ma fu lui a ideare e a guidare tutta l’operazione, con fermezza e talora perfino con estrema durezza: come oggi si vede bene dal modo in cui trattò, perfino sbeffeggiandoli, papa Pio XI e la Chiesa.
Viene da dire, quasi in automatico, che tutta questa operatività non poteva essere nata come un fungo, tra la fine del ’37 e quella del ’38. Mussolini agiva in maniera molto diversa da Hitler: era metodico, aveva tempi lunghi di preparazione e di elaborazione, più volte sperimentava e talvolta tornava sui suoi passi, come fece anche nel 1938, quando – a febbraio – preparò il dettaglio dell’azione razzista con cinque-sei mesi di anticipo. Lo aveva fatto anche in altri campi: nel fondamentale e delicatissimo terreno corporativo, che richiese anni di preparazione; o in quello della censura dei libri. È plausibile, quindi, che la preparazione sia stata molto più lunga, anche se magari non continuativa, come del resto anche nel 1938.
In effetti, da altre ricerche è emersa una diversa interpretazione del periodo che anticipò le leggi contro gli ebrei, una preparazione che risale più indietro nel tempo rispetto al 1936-’38. Sarfatti ne accenna, ma concentra la sua analisi sul periodo della persecuzione «pubblica». Eppure è ormai ampiamente documentato che eliminazioni specifiche di ebrei da vari posti di responsabilità furono ordinate a partire dal 1933-’34: accadde nei comuni, nelle province, nei sindacati, negli ospedali, in qualche caso nelle università. Mussolini poté predisporre con cura, ben soppesando e con altri stop and go prima del fatidico 1938, il terremoto che provocò con le leggi razziste. Non solo ci pensò, ma eliminò. È una vicenda su cui continua a emergere nuova documentazione, ma il quadro complessivo di questo «prequel» è chiaro e ineludibile.
Eppure, anche con questi limiti, il libro di Michele Sarfatti continua a restare un piccolo capolavoro della storiografia del Novecento, in una materia difficile e ancora controversa come quella delle leggi razziali. Oggi, questo campo storiografico è diventato un campo di battaglia, soprattutto per le lotte e per le carriere accademiche, e la qualità della ricerca è andata in caduta libera. È naturale che quel libro sia ancora, per molti aspetti, un modello.

 

Mussolini e gli ebrei: la via italiana alla catastrofe (e quella “benevola” auto-assoluzione collettiva)
di Claudio Vercelli

22 dicembre 2017 Libri

http://www.mosaico-cem.it/cultura-e-societa/libri/mussolini-gli-ebrei-la-via-italiana-alla-catastrofe-quella-benevola-auto-assoluzione-collettiva

Come si arrivò alla Leggi razziali del 1938? Quale il tratto peculiare dato dal dittatore alla persecuzione degli ebrei? Il Duce mise a punto un “modello originale” di razzismo antiebraico? Sì, risponde lo storico Michele Sarfatti in un saggio. Smentendo i luoghi comuni sugli “italiani brava gente” e le false credenze: non si trattò di fare un “regalo” all’alleato nazista

Al ripetersi di una mitologia consolidata, quella per cui l’apparato discriminatorio, e poi persecutorio, contro l’ebraismo italiano e gli ebrei in Italia sarebbe stato il prodotto di un atto di deferenza politica e di allineamento ideologico alla volontà di Hitler, la risposta che deve essere data richiede l’analisi fredda e obiettiva delle fonti documentarie. Da molti anni Michele Sarfatti, già direttore del Centro di documentazione ebraica contemporanea CDEC di Milano, dedica i suoi studi a identificare e ad argomentare con dovizia i riscontri sulla volontà mussoliniana e sull’impegno del regime per dare corpo a un organico razzismo antiebraico nel nostro Paese. La nuova edizione di Mussolini contro gli ebrei. Cronaca dell’elaborazione delle leggi del 1938 (Silvio Zamorani editore, Torino 2017, pp. 221, euro 28,00), si presenta ai lettori italiani, ventitré anni dopo la sua prima pubblicazione, con un corredo di documenti e ulteriori riflessioni dell’autore medesimo, che sostanziano ancora meglio il senso dell’oggetto della ricerca, ossia la traiettoria dell’antisemitismo fascista.
Il lavoro di scavo sistematico, compiuto dallo studioso tra le fonti, ci restituisce l’ampia intelaiatura che ne è parte, smentendo incontrovertibilmente la fiera dei luoghi comuni su un fascismo che sarebbe stato tendenzialmente a-razzista, almeno fino a quando la guerra non si approssimò, nonché animato da un antiebraismo recalcitrante. Il 1938, da questo punto di vista, segnò il passaggio da «una complessa politica discriminatoria a una dura politica persecutoria». Tuttavia, la filiera delle intenzioni e poi delle decisioni si articolò in un arco di tempo e attraverso una qualità del processo decisionale ben più corposi di quanto un anno, pur decisivo, non possa ora dirci e consegnarci. Poiché essa era, al medesimo tempo, un punto di arrivo e un punto di partenza.
Punto di arrivo rispetto alla costruzione e alla diffusione del tema della «questione razzista», in chiave antisemitica. Punto di partenza per la sua traduzione in atti legislativi, ovvero in una politica di Stato che era componente integrante della definizione di una nuova identità italiana fondata sui processi discriminatori, sulla vessatorietà amministrativa, sull’esclusione sociale e, successivamente, sulla persecuzione delle esistenze di quegli italiani che, invece, non erano più considerati tali.
Il campo d’indagine di Sarfatti rimane quello dell’identificazione delle modalità e dei passaggi attraverso i quali Mussolini, tra febbraio e novembre 1938, pervenne a impostare e poi a tradurre in atti concreti la «persecuzione legislativa antiebraica». La rilevanza e la fecondità di questo approccio deriva dalla centralità di Mussolini all’interno degli equilibri tra poteri fascisti ma anche dal tratto peculiare che il dittatore concorse nel dare all’impianto legislativo in corso d’opera. L’autore ha particolare cura nel distinguere alcuni elementi endogeni nel definirsi del regime persecutorio, separando gli ambiti della convinzione (la maturazione del pensiero antisemitico) e dell’enunciazione (la formulazione pubblica del medesimo) da quello dell’azione, cioè del complesso di atti e fatti che traducono l’una e l’altra in una dimensione continuativa, informata ai principi della legge oltreché della politica. Su quest’ultimo aspetto, quindi, si sofferma con la sua ricerca. A ciò coniuga, ben consapevole del peso che hanno assunto nel dibattito collettivo, il «preventivo rifiuto» di tre percorsi interpretativi altrimenti assai comuni, ossia lo «Shoah-centrismo», il «nazi-centrismo» e il cliché che continua a consegnare agli italiani una patente di sostanziale estraneità nei confronti del razzismo. Nessuno dei tre, qualora decontestualizzati, ha infatti in sé un valore esplicativo. La Shoah, se è storicamente la stazione terminale dell’antisemitismo biologico e apocalittico, non è la chiave per comprendere ciò che la precede. Quanto meno, non può esserne l’elemento esclusivo, rischiando altrimenti di appiattire la complessità e la varietà delle manifestazioni antisemitiche, nei due decenni precedenti alla catastrofe, sulla base degli effetti che se ne misurarono poi durante la guerra. La medesima cosa può essere detta a corredo di quegli approcci che rimandano alla Germania di Hitler come matrice esclusiva, o comunque prevalente, dell’antiebraismo europeo, esentandosi dal ragionare sulla creazione e il rafforzamento di “tradizioni del pregiudizio” nazionali, a partire dalla stessa Italia, a volte destinate ad incontrarsi e a ibridarsi con quella tedesca. Ovvero, a rafforzarla, influenzandone quindi alcuni tratti.
L’attenzione esclusiva nei confronti dell’antisemitismo hitleriano si incrocia semmai con il bisogno di rinnovare lo stereotipo dell’inabilità nostrana ad assumere in proprio pratiche discriminatorie, vessatorie e poi persecutorie della minoranza nazionale ebraica. Fino a giungere ad una benevola autoassoluzione collettiva. Benché la storiografia si sia posta nel corso del tempo quest’ordine di problemi, la discussione pubblica è ben lontana dall’averli accettati come elementi di un approccio critico, e analitico, nei riguardi del passato collettivo. In Sarfatti non c’è l’impellenza di rilevare i ritardi o le amnesie di coscienza bensì il bisogno di argomentare su un’adeguata conoscenza. Anche per questo la figura e il ruolo di Mussolini tornano ad essere capitali, avendo egli concorso attivamente alla definizione della natura del «problema ebraico» e, soprattutto, all’identificazione degli strumenti legali per porvi rimedio. L’autonomia italiana, quindi, ne emerge in maniera senz’altro incontrovertibile attraverso l’indagine dell’intensa attività che tra l’inizio e la fine del 1938 caratterizzò l’impegno del duce fascista, il quale si dedicò «allo studio e all’elaborazione di un’impostazione legislativa che fosse coerente con le caratteristiche proprie del fascismo, dell’Italia, della loro collocazione internazionale. Questo vero e proprio lavoro fu da lui condotto con attenzione, con consapevolezza degli effetti sulla realtà delle norme via via progettate, con piena autonomia e con ampie collaborazioni. Egli si impegnò nella definizione di un modello originale di persecuzione degli ebrei». La qual cosa rafforza la consapevolezza, a distanza di settanta e più anni, della centralità dell’apparato normativo varato nel 1938, e poi corroborato delle successive persecuzioni, nel definire i tratti non solo degli esclusi ma anche dei caratteri degli inclusi, ossia dei possessori di quel «sangue italiano» che avrebbe dovuto dominare un nuovo ordine mediterraneo.

 

 

Cesare Jarach (1884-1916)

Un economista ebreo nella Grande Guerra

A cura di Francesco Forte e Alberto Cavaglion

Con uno scritto di Luigi Einaudi


Cesare Lazzaro Samuele Jarach (Casale Monferrato 1884 - Palchisce sul Carso 1916), si laureò sotto la guida di Luigi Einaudi e divenne giovanissimo delegato tecnico della commissione parlamentare d’inchiesta sulle condizioni di vita contadine nel Mezzogiorno, occupandosi degli Abruzzi. Nell’ambito di quell’incarico produsse uno studio considerato, per la sua profondità, l’intelligenza metodologica con cui fu condotto e la precisione dell’analisi, un lavoro pionieristico e tuttora un riferimento indispensabile per lo studio della società abruzzese e in generale per la storia migratoria dell’Italia meridionale.
Saggista, ricercatore e teorico dell’economia e della finanza, in quanto esperto di problematiche dell’emigrazione, divenne nel 1911 ispettore del commissariato per l’emigrazione a Roma e nel 1913 passò a dirigere l’ “ufficio di emigrazione per gli uffici di terra” in Milano. Contemporaneamente collaborò al giornale «L’azione», espressione del circolo di giovani studiosi interventisti di ispirazione liberale e di matrice mazziniano-risorgimentale guidato da Alberto Caroncini. Coerente con queste posizioni si presentò volontario per il fronte e cadde nei primi giorni del novembre 1916.

Nel libro un saggio di Francesco Forte analizza il lavoro scientifico di Cesare Jarach come economista: brillante allievo di Luigi Einaudi, impegnato in ricerche innovative e ancora oggi di grande interesse; Alberto Cavaglion traccia invece un ritratto di Jarach come intellettuale ebreo italiano nel suo impegno civile di partecipazione alla vita dello Stato - fino alle posizioni di interventismo liberale, di stampo risorgimentale e diretto risultato di un pensiero largamente diffuso nell'ebraismo italiano dei decenni post-unitari di fare parte di un corpo statale unito e non frazionabile sulla base dell’identità religiosa.

 

La salute psicomotoria

L’osservazione dello sviluppo dei bambini inizia già all’asilo nido. I risultati ottenuti da uno studio pilota

A cura di Dino Bondavalli, Enzo Grossi, Odelia Liberanome, Giorgio Mortara

Utilizzare il contesto di gioco come ambiente privilegiato per osservare l’andamento dello sviluppo psicomotorio dei bambini; introdurre nelle scuole italiane un modello oggettivo di valutazione che consenta di individuare fin dai primi mesi di vita eventuali ritardi nelle competenze che possono rappresentare campanelli di allarme per l’autismo e altre patologie neuropsichiatriche. Sono questi gli obiettivi del progetto di prevenzione primaria “La Salute Psicomotoria”, realizzato da Villa Santa Maria, Centro di eccellenza a livello internazionale (Tavernerio, Como) specializzato nella cura e riabilitazione di bambini e ragazzi affetti da autismo e patologie neuropsichiatriche, in collaborazione con AME e Sochnut Italia - Agenzia Ebraica per Israele. L’iniziativa, realizzata negli istituti delle Comunità Ebraiche di Firenze, Torino, Trieste e Roma, ha consentito di individuare non solo bambini con problemi in una o più aree dello sviluppo, ma anche piccoli con capacità particolarmente avanzate. I sorprendenti risultati di questo studio pilota riportati nel volume sono stati illustrati nel convegno che si è svolto il 7 febbraio 2017 a Palazzo Pirelli a Milano.

 

L’apporto degli ebrei all’assistenza sanitaria sul fronte della Grande Guerra

Atti del Convegno Trieste, 8 maggio 2016

a cura di Rosanna Supino - Daniela Roccas

L’apporto ebraico alla sanità nell’esercito italiano nella Prima Guerra Mondiale è esaminato nei suoi vari aspetti: da quelli quantitativi e di distribuzione nei gradi e nelle funzioni dell’esercito, alla presenza di medici di grande valore (tra gli altri Alessandro Lustig, Giuseppe Levi, Guido Aronne Mendes, Enrico Modigliani, Marco Levi Bianchini), alla partecipazione di molti ebrei come volontari nell’esercito italiano. Contemporaneamente altri ebrei (tra loro i triestini Edoardo Weiss e Giulio Ascoli) si trovarono ad operare sul fronte austro-ungarico come sudditi dell’impero, vivendo complesse e drammatiche vicende di appartenenza, di richiami all’irredentismo e di adesione al sionismo.
Viene approfondita la riflessione sulla posizione dell’ebraismo italiano dopo l’emancipazione ottocentesca nella vita del Paese in quel momento così grave, mentre alcuni degli autori ricordano le innovazioni scientifiche apportate durante il conflitto. Grandi progressi infatti si ebbero ad opera di medici militari ebrei nella chirurgia, nella cura delle malattie infettive (come la TBC) e delle psicopatologie di origine bellica, degli effetti di gas nervini, delle patologie da congelamento, mentre divenivano pratica comune le vaccinazioni di massa contro tifo, colera e difterite e fu messo a punto un apparecchio a raggi X portatile. Nel libro si ricorda anche l’impegno nella didattica sanitaria (molti furono attivi anche nell’insegnamento sul campo e nell’università castrense di San Giorgio di Nogaro).
Non mancano dati e riflessioni sull’analoga esperienza in quegli anni dell’ebraismo francese al fronte e l’analisi della presenza femminile, soprattutto nell’ambito dell’assistenza infermieristica, oltre che della partecipazione del rabbinato per quella religiosa e spirituale.
Il libro raccoglie gli atti del convegno svoltosi a Trieste l’8 maggio 2016, accompagnati da un ampio apparato illustrativo. Chiude il volume un elenco di medici, paramedici e infermiere, oltre a militari in sanità e rabbini, che si sono impegnati sul fronte italiano durante la Grande Guerra.

Gli autori:

Pierluigi Briganti, Giovanni Cecini, Rita Corsa, Maddalena Del Bianco Cotrozzi, Andrea Finzi, Valerio Marchi, Pierpaolo Martucci, Matteo Perissinotto, Daniela Roccas, Rosanna Supino, Mauro Tabor.

 

 

Recensioni al libro Einaudiani in corpo minore di Viola Lapiccirella

«Il fatto quotidiano» - Cultura domenica 07/05/2017, di Massimo Novelli


«La crisi Einaudi degli Anni 80: quella scarpa sulla testa a Bollati

“C’è un gruppo di lavoratori” oltre ai dirigenti, scrivono indignati a “Il Manifesto”: sono correttori di bozze, tecnici e redattori della casa editrice torinese di cui ora un libro raccoglie le memorie

Nei saggi dedicati alle vicende dell’Einaudi, così come nei ricordi di alcuni dei protagonisti, non si fa mai cenno a chi è stato “alle dipendenze” dello Struzzo, dai correttori di bozze, ai redattori, agli addetti all’ufficio tecnico, come soldato senza gradi: i lavoratori della casa editrice, insomma. Quelli che, durante la crisi finanziaria degli anni Ottanta, lottavano per il posto di lavoro. Donne e uomini che, nel 1983, scrivevano a «Il manifesto»: “C’è un gruppo di lavoratori e c’è un gruppo di dirigenti. I lavoratori difendono i loro posti di lavoro. I dirigenti, previ accordi con l’Unione industriale, tendono a salvare l’impresa attraverso tagli dell’organico”.
A questo vuoto di memoria, che è la storia a senso unico dell’impresa fondata nel 1933 da Giulio Einaudi, sopperisce ora Viola Lapiccirella, che, tra gli anni ’70 e i primi ’80, ha lavorato nell’ufficio preparatori e nell’ufficio correttori della casa editrice torinese. Per Silvio Zamorani, editore di Torino, ha appena pubblicato Einaudiani in corpo minore (pagg. 113, euro 15), che raccoglie “sogni sulla casa editrice, conversazioni sui libri in preparazione, disegni e biglietti” di un gruppo di dipendenti, elaborati allora, soprattutto nei mesi del tracollo economico, e rimasti chiusi nei cassetti fino a oggi. Spiega l’autrice, figlia di Renzo Lapiccirella e Francesca Nobili, i due intellettuali comunisti al centro del bel libro Mistero napoletano di Ermanno Rea, che “si parla di un gruppo di correttori (e qualche redattore) dell’Einaudi”, ma “non si parla di loro, ma di quel periodo all’Einaudi attraverso di loro”. Lo si fa con gli “autori, i libri, le assemblee, le chiacchiere d’ufficio, i disegni nati alla scrivania per commentare questo e/o quello, i bigliettini al ‘collega di scrivania’ che non incontravi più perché eri in un turno diverso durante il periodo della cassa integrazione a rotazione”. Anni duri, quelli negli uffici di via Biancamano, in particolare per chi non era un dirigente, un intellettuale “laureato” come i poeti di un verso di Eugenio Montale. Capitava, riferisce Viola Lappicirella, di sognare molto realisticamente che “l’azienda andava a fondo”, “Einaudi piangeva e qualcuno lo abbracciava e piangeva a sua volta. Per raccogliere le lacrime era stato steso un grande lenzuolo nero”. S'immaginava pure che “qualcuno del magazzino mi raccontava di aver preso a scarpate Bollati”. Giulio Bollati, il direttore generale dello Struzzo, “era accanto alla porta e lui accanto alla finestra e gli chiedeva un permesso per il pomeriggio benché ci fosse sciopero. Bollati glielo negava e lui gli tirava una scarpa”. Sogni, ma non solo.
Non si aveva timore, tra correttori e redattori, di esprimere giudizi senza peli sulla lingua, da lettori, e spesso assai poco benevoli, su alcune pubblicazioni. Dei primi romanzi di Andrea De Carlo, per esempio, si dice: “Un fotoromanzo possiede più finezze psicologiche”. E dello scrittore: “Lui è un giovanotto vestito alla moda; gentile. Magari la sua scrittura è antipatica e lui no... – Al contrario di Calvino”. Sul Racconto Italiano di Ignoto del novecento di Carlo Emilio Gadda, curato da Dante Isella, il commento è perentorio: “Che noia che noia che noia, che noia mortale questo signore. Note criptiche a Gadda”. Mentre per i Quaderni di Sociologia, di Franco Leonardi, viene affermato: “Sono a pagina diciotto e ancora non ho capito di cosa parla”. Anche Vittorio Strada, autorevole studioso di letteratura russa e sovietica, è messo all’indice: “Sto leggendo Strada. Una noia! Uno proprio si rende conto che non gliene importa niente. Boh. Poi mette piccoloborghese tutto attaccato, voi lo mettereste piccolo borghese tutto attaccato?”. La smitizzazione dal basso, per così dire, dei sacri nomi dello Struzzo, non risparmia le Cronache torinesi 1913-1917 di Antonio Gramsci, scelte da Sergio Caprioglio: “Ma io mi chiedo: Caprioglio doveva proprio andare a pescare questi articoli che fanno torto solo a Gramsci? ‘Nuova attribuzione’. Mah. Per me, non sono suoi. – Ti è restato un certo mito di Gramsci, eh? – Eh sì. Me l’ha proprio buttato giù...”. Ben pochi passano l’esame dei soldati semplici dell’Einaudi. Uno di questi è Augusto Monti, il professore antifascista, amico e maestro di Cesare Pavese e di tanti altri allievi illustri del liceo Massimo d’Azeglio. A proposito delle sue Lettere a Luisotta si sostiene: “Scrive bene, Monti; poi è pieno di modestia”. E poco dopo: “Certo che avere al liceo un professore così deve esser stata una bella fortuna”. Controstoria della Struzzo, o storia differente, narrata da altri punti di vista, fuori da retorica e mito, Einaudiani in corpo minore è un libro vero e sincero, che, dice l’autrice, ricorda con affetto tutti, “maggiori e minori allineati dalla pialla equa del tempo”.»

 

 


Michele Sarfatti

Mussolini contro gli ebrei

Cronaca dell’elaborazione delle leggi del 1938. Nuova edizione ampliata

Questo libro documenta e interpreta le prese di posizione antiebraiche di Mussolini nel corso del 1938 e ricostruisce come egli giunse a definire la legislazione persecutoria varata in settembre-novembre dal governo fascista col consenso del re. L’analisi delle numerose testimonianze documentarie consente di chiarire vari nodi problematici rimasti finora irrisolti o celati, di evidenziare gli ampi spazi di originalità e radicalità che contrassegnarono l’operato antiebraico di Mussolini, di misurare la profondità della ferita da lui inferta agli ebrei e a tutto il paese. La prima edizione di questo studio è stata pubblicata nel 1994. Essa contribuì a creare una nuova consapevolezza tra gli studiosi e nell’insieme della società, interessata a conoscere e comprendere quella importante pagina del passato. Questa nuova edizione ampliata, mentre conferma l’impianto della prima, contiene numerosi arricchimenti documentari e un generale aggiornamento del testo, che ne rafforzano l’attualità.

Michele Sarfatti ha pubblicato tra l’altro Gaddo e gli altri “svizzeri”. Storie della Resistenza in valle d’Aosta (Aosta, 1981); La nascita del moderno pacifismo democratico ed il “Congrès international de la paix” di Ginevra nel 1867 (Milano, 1983); Le leggi antiebraiche spiegate agli italiani di oggi (Torino, 2002); Gli ebrei nell’Italia fascista. Vicende, identità, persecuzione (nuova edizione Torino, 2007). Con Anna Sarfatti, L’albero della memoria. La Shoah raccontata ai bambini (Milano, 2013).

 

15 x 21 cm - 221 pp. con 13 illustrazioni - ISBN 9788871582184 - 28,00 Euro

Viola Lapiccirella

Einaudiani in corpo minore

Viola Lapiccirella nella seconda metà degli anni ’70 e nei primi ’80 ha lavorato nell’ufficio preparatori e nell’ufficio correttori della Giulio Einaudi. Assieme ad alcuni compagni di lavoro in quegli anni ha elaborato, raccolto e annotato tra chi è stato “alle dipendenze di Einaudi” sogni sulla casa editrice, conversazioni sui libri in preparazione, disegni e biglietti, ritagli di giornale sugli avvenimenti che scandivano la vita e – da un certo punto in poi – le difficoltà dell’azienda. Ora pubblica questi materiali, rimasti chiusi per decenni in cartellette quasi dimenticate, come frutto di un lavoro e di una riflessione collettivi in cui testimonianza del quotidiano, frammenti di impegno politico e partecipazione culturale si intrecciano in modo indissolubile.

15 x 21 cm ISBN 9788871582207 Euro 15,00

Irma Naso
“Magistri, scholares, doctores”.
Il mondo universitario a Torino nel Quattrocento

Il libro ripercorre la storia dell’Università di Torino dalla fondazione nel 1404 fino all’inizio del secolo XVI. Alle difficoltà iniziali segue nel pieno Quattrocento una fase caratterizzata da maggiore dinamismo e stabilità istituzionale, ma sempre alternando fasi più fortunate a momenti di sensibile declino. Per i decenni centrali del secolo i documenti segnalano un incremento del numero delle cattedre che trova riscontro nella crescita della popolazione studentesca. Quei giovani scolari forestieri trasferiti nella Torino tardomedievale ne animano con la loro presenza la vita sociale in vario modo. Ai riti e alle cerimonie di laurea, solenne palcoscenico per maestri e dottori delle tre facoltà, (diritto, arti e medicina, teologia) fanno eco le rivendicazioni da parte del mondo universitario dei tradizionali privilegi fiscali e giuridici. Con il sostegno del potere signorile gli studenti invocano dall’amministrazione comunale soluzioni a problemi concreti, come quello dell’ospitalità, che incessantemente affiora nelle fonti del tempo quale motivo di contestazioni anche vivaci, quando non violente: problemi dell’università dei secoli passati, problemi dell’università di oggi.


Irma Naso insegna storia medievale all’Università di Torino, Dipartimento di Filosofia e Scienze dell’Educazione. La storia dell’università rientra tra i suoi principali interessi scientifici, che riguardano anche la storia della medicina e dell’alimentazione nel tardo medioevo. Dopo alcuni saggi sulle origini e il primo secolo di attività dello Studium generale di Torino, editi nel corso degli anni novanta in momenti successivi e sedi diverse tra le quali la Storia di Torino (Einaudi, 1997), ha curato il volume Alma felix Universitas Studii Taurinensis. Lo Studio generale dalle origini al primo Cinquecento (Università degli Studi di Torino, 2004) per il sesto centenario dell’Ateneo. Ha poi pubblicato fra l’altro il volume Insignia doctoralia. Lauree e laureati all’Università di Torino tra Quattro e Cinquecento (Università degli Studi di Torino, 2008, con P. Rosso). Fa parte del Comitato scientifico della “Rivista di storia dell’Università di Torino” e del Consiglio direttivo del Centro per lo studio della storia dell’Università di Torino - CSSUT.

15 x 21 cm - 166 pp. - ISBN 9788871582146 - Euro 24,00

"Contesti" 3

Cinzia Bonato

Molto più che pazienti. L’ospedale di Pammatone e la popolazione della Repubblica di Genova nel XVIII secolo

Attraverso lo studio dell’Ospedale Maggiore di Genova, Pammatone, e dei suoi assistiti, questo libro parla della complessa relazione esistente tra gli istituti assistenziali di età moderna e la popolazione che vi si rivolgeva. Essa era composta da un’ampia e intensa gamma di scambi: da una parte l’istituto erogava cure e risorse materiali, professionali, culturali, ma dall’altra era proprio l’ampio consenso concesso dalla popolazione a legittimare il suo potere, e a consentirgli di esercitare una funzione cruciale di controllo sociale attraverso la sua magistratura, la sola a potersi incuneare nei recessi più intimi della vita della gente. Le migliaia di cause criminali aperte, soprattutto quelle concernenti il parto illegittimo, e la ricca documentazione riguardante le doti delle “figlie di casa”, le esposte allevate a spese del nosocomio, ci restituiscono uno spaccato vivo dei rapporti di lavoro, delle relazioni affettive e delle mille strategie di sopravvivenza di una città d’antico regime e del suo contado. Attraverso i verbali degli interrogatori è inoltre possibile ricostruire i diversi contesti in cui si svolgeva l’attività lavorativa degli assistiti. Riusciamo così a cogliere la composizione del variegato mondo di relazioni in cui essi erano coinvolti e la diversità dei loro comportamenti, insieme con le più disparate modalità con le quali gli individui si avvicinavano all’ospedale per usufruire delle sue risorse.

Dall’indice generale:

Prefazione di Luciano Allegra
Introduzione
Parte prima Le persone in ospedale
Capitolo primo. Le radici dell’istituzione
Parte seconda La duplice natura dell’assistenza. Contesti professionali e legami con le attività di Pammatone
Capitolo primo. Il quadro sociale
Capitolo secondo. Cogliere un’opportunità. Il parto illegittimo e la legge del 1481
Capitolo terzo. A proposito di rapporti ambivalenti. Gli esposti
Parte terza Controllo sociale e competenza giudiziaria
Capitolo primo. L’autorità giudiziaria di Pammatone
Epilogo. Un tema classico, un nuovo modello per analizzarlo
Appendice. La legge del 1481
Indice dei nomi


Cinzia Bonato è dottoressa di ricerca in storia moderna. I suoi interessi spaziano tra la storia sociale e quelle dell’assistenza, della criminalità, della povertà e del lavoro. Fa parte del comitato di redazione di «Contesti. Rivista di microstoria».Tra le sue pubblicazioni: L’assistenza come risorsa. Il caso genovese (2009); Una riflessione sulla categoria “generazione”. La rinegoziazione del concetto di onore a Genova nel XVIII secolo (2013); La circolazione dell’informazione nel XVIII secolo e il successo della legge genovese sui parti illegittimi (2014); Des familles aux institutions d’assistance médicale : parcours volontaires, parcours obligés (Gênes, XVIIIe siècle) (2014); Sulla storia. Intervista con Giovanni Levi (2014); Le locande della solidarietà (Genova, XVIII secolo) (2015); Dal documento al racconto. La storia tra attività scientifica e divulgazione (2015).

15 x 21 cm - 246 pp. - 12 cartine - ISBN 9788871582122 - Euro 28,00

LABORATORIO DI STUDI STORICI SUL PIEMONTE E GLI STATI SABAUDI

Enrico Stumpo

Dall’Europa all’Italia. Studi sul Piemonte in età moderna

Il volume, corredato da un’ampia introduzione di Paola Bianchi, raccoglie una serie di saggi – oggi di difficile reperibilità – comparsi su riviste e in volumi e presenta uno studio inedito, tuttora ricco di notevoli spunti per gli studiosi della prima età moderna, su Girolamo Federici nel periodo della sua nunziatura nel Ducato di Savoia (1573-1577). Enrico Stumpo, ha dedicato molta attenzione alla storia del Piemonte nei primi secoli dell’età moderna per almeno due ragioni: l’attività svolta dallo studioso, all’inizio della sua carriera, come funzionario dell’Archivio di Stato di Torino, e l’attenzione per una serie di dinamiche economiche, sociali, politiche e culturali tipiche del “modello sabaudo”. Tale modello è stato declinato con uno sguardo costantemente aperto al confronto con la realtà degli antichi Stati italiani ed europei, a dimostrare lo straordinario spettro d’interessi e di contatti dello storico con istituzioni culturali nazionali e straniere. Oltre alla completa bibliografia degli scritti di Enrico Stumpo, non comune per varietà di temi, utilissimo strumento che correda il volume è il ricco indice dei nomi.

Dall’indice:

Introduzione di Paola Bianchi

Scritti di Enrico Stumpo:

Gli aiuti finanziari di Venezia al duca Carlo Emanuele I di Savoia nella Guerra contro la Spagna (1616-1617)
La distribuzione sociale degli acquirenti dei titoli del debito pubblico in Piemonte nella seconda metà del Seicento
Credito privato e credito pubblico. Due esempi diversi di diffusione (Toscana e Piemonte tra ’500 e ’600)
Finanze e ragion di Stato nella prima età moderna. Due modelli diversi: Piemonte e Toscana, Savoia e Medici
I ceti dirigenti in Italia nell’età moderna. Due modelli diversi: nobiltà piemontese e patriziato toscano
A proposito di rifeudalizzazione: il caso del Piemonte
Guerra ed economia. Spese e guadagni militari nel Piemonte del Seicento
Vel domi vel belli. Arte della pace e strategie di guerra fra Cinque e Seicento. I casi del Piemonte sabaudo e della Toscana medicea
Tra mito, leggenda e realtà storica: la tradizione militare sabauda da Emanuele Filiberto a Carlo Alberto
Introduzione alla Nunziatura di Savoia. Il nunzio Federici (1573)

Bibliografia di Enrico Stumpo
Indice dei nomi

Enrico Stumpo (Brindisi 1946 - Firenze 2010), laureatosi nel 1969 a Roma con Rosario Romeo, vinse nel 1971 un concorso per la carriera direttiva degli Archivi di Stato, prendendo servizio a Torino e Firenze. Il suo percorso accademico iniziò presso l’Università di Sassari (dal 1983) e continuò presso l’ateneo di Siena, nella sede di Arezzo (dal 1988). Docente di Storia economica, dal 2001 passò alla cattedra di Storia moderna. Dedicatosi alla storia degli antichi Stati italiani in età moderna, in particolare il Ducato di Savoia, lo Stato della Chiesa e il Granducato di Toscana, è stato autore di una ricca bibliografia, tra cui si possono ricordare la monografia I bambini innocenti. Storia della malattia mentale nell’Italia moderna. Secc. XVI-XVIII (Firenze, 2000), la collana, da lui voluta e diretta, «Guerra e pace in età moderna. Annali di storia militare europea» (Milano, dal 2008), e il nucleo di saggi che stava prendendo corpo dopo l’uscita di Per una storia del mercato dell’arte nell’Italia moderna. Aspetti teorici e problemi di ricerca (in La storia e l’economia, Varese 2003) .

Paola Bianchi, curatrice del volume, è docente di Storia moderna presso l’Università della Valle d’Aosta. Ha dedicato diversi studi alla storia degli spazi sabaudi in antico regime.

Collana “Saggi e studi” 3

15 x 21 cm - 312 pp. - ISBN 9788871582139 - Euro 30,00

Fabio Levi
L’accessibilità alla cultura per i disabili visivi.
Storia e orientamenti

Sono raccolti nel libro diversi scritti, di cui solo alcuni già editi in ambiti specializzati, frutto di una riflessione più che ventennale su come sia possibile consentire alle persone con disabilità visive un migliore accesso alla cultura. Oggi che si ragiona oramai diffusamente di accessibilità for all, un approccio più limitato e specifico può forse sembrare a prima vista riduttivo rispetto al dibattito in corso. In realtà non bisogna dimenticare che, se si è arrivati a proporre una visione più ampia del design finalizzato all’accessibilità, è solo dopo che si è compiuto un lungo percorso maturato nel corso degli anni su terreni particolari; confrontandosi sui problemi concreti vissuti dalle persone affette dalle più varie disabilità, costrette a misurarsi giorno per giorno con i propri problemi specifici. D'altra parte la progettazione di un mondo adeguato alle esigenze di tutti non può non essere intesa se non come una sorta di idea regolatrice, capace di orientare gli sforzi che in tutti gli ambiti si fanno per andare incontro, per quanto possibile, ai bisogni specifici e concreti di ciascuno.
In questa prospettiva è utile dare conto dei risultati che sono stati progressivamente raggiunti e delle riflessioni svolte via via con riferimento alle esigenze dei disabili visivi, sia per offrire un contributo di idee e di soluzioni a domande precisamente situate su un terreno particolare, sia per mostrare la valenza più generale di uno sforzo di ricerca e di sperimentazione chiaramente finalizzato in vari ambiti della comunicazione per e con i non vedenti: musei, esposizioni, nel confronto tra arte e cecità.
Conclude il volume un saggio di Davide Lasagno che ripercorre la storia delle riflessioni su linguaggio e cecità, dagli sforzi di integrazione scolastica dei non vedenti at-torno alla metà del novecento al dibattito sulle teorie del verbalismo degli ultimi decenni.
Indice:
Introduzione
Capitolo 1. Su cecità e comunicazione
Capitolo 2. I musei e i disabili visivi
Capitolo 3. Linguaggio e cecità, di Davide Lasagno
Indice dei nomi

Argomenti del testo:
braille; ciechi; comunicazione plurisensoriale; disabilità; disegno in rilievo; disegno tattile; integrazione scolastica; ipovedenti; museografia; non vedenti; pedagogia; percezione aptica; percezione tattile; percezione visiva; verbalismo.

 

Fabio Levi insegna all’Università di Torino. Accanto al lavoro di storico si occupa dei problemi del rapporto tra cecità e conoscenza, dedicando attenzione soprattutto all’integrazione e all’accesso alla cultura dei non vedenti. Sull’argomento ha pubblicato tra l’altro Un mondo a parte. Cecità e conoscenza in un istituto di educazione (1940-1975); con Rocco Rolli, Disegnare per le mani. Manuale di disegno in rilievo; i libri tattili Torino e La Mole. Storia e architettura; per la collana “Tacto”, con Paola Slaviero, Le figure della geometria piana; per il British Museum Second Sight of the Parthenon Frieze (con Susan Bird e Ian Jenkins).
Davide Lasagno, dottore di ricerca in Storia delle società contemporanee presso l’Università di Torino, si è occupato di di-segno in rilievo con la Tactile Vision onlus e di storia della psichiatria. Ha pubblicato, fra l’altro, Oltre l’istituzione. Crisi e riforma dell’assistenza psichiatrica a Torino e in Italia.

 

17 x 24 cm - 166 pp. - illustrato - Allegata una cartolina con stampa in rilievo - ISBN 9788871582061 - 28,00 Euro

 

"Contesti" 2

Renata Ciaccio

«L’inferno è dirupato»

I valdesi di Calabria tra resistenza e repressione


L’autrice ricostruisce il contesto nel quale vissero le prime generazioni di discendenti dei valdesi calabresi sopravvissuti alla strage del 1561 e costretti ad abiurare. Il libro descrive i modi e i tentativi di resistenza al completo assorbimento nella società più ampia adottati da una minoranza “ridotta” a vivere in un contesto sociale, politico ed economico ostile. Attraverso lo studio di una ampia gamma di fonti si ricostruiscono le strategie per conciliare il mantenimento dei propri tratti originari con l’adattamento alle continue pressioni all’omologazione esercitate dall’ambiente circostante. Nel libro sono analizzate la capacità di inventare escamotage per resistervi, le forme di negoziazione e di compromesso con i poteri locali, l’abilità nel giostrare fra gli interstizi normativi e i conflitti fra i poteri baronali e il ceto ecclesiastico, la tenacia nel voler sopravvivere in quanto gruppo. Al centro dell’indagine stanno la natura e la specificità dei meccanismi di funzionamento di una società di antico regime in un arco di tempo in cui, nel Mezzogiorno d’Italia, la crisi economica e politica aveva indebolito i nuclei dissidenti, giungendo talvolta ad annullarli definitivamente.

Parole chiave: valdesi; ultramontani; calabro-valdesi; Calabria; Montalto; Guardia Piemontese; San Sisto; Vaccarizzo; patronage; testamenti; notai; sistema devolutorio; inquisizione; strage di Guardia e San Sisto; conversioni; domenicani; controriforma

 

Renata Ciaccio insegna Storia economica e sociale dell’età moderna nell’Università della Calabria. Nei suoi studi si è dedicata alla ricostruzione delle dinamiche economiche e sociali nel Mezzogiorno tra Settecento e Ottocento, esaminando in particolare i sistemi di trasmissione dei patrimoni familiari, i meccanismi del credito e dell’usura e il ruolo della donna nella società calabrese.

15 x 21 cm - 190 pp. - ISBN 9788871582092 - 20,00 Euro

Contesti
Rivista di microstoria
Periodico semestrale
ISSN 2284-1954
Formata da un gruppo di storici per lo più giovani, «Contesti» si propone come un esperimento, un tentativo di cogliere la complessità attraverso un’analisi in profondità delle relazioni e degli scambi, spesso nascosti, fra uomini e fra istituzioni. La sua finalità è la ricostruzione di specifici contesti, non necessariamente caratterizzati dalla condivisione di uno spazio definito, ma definiti dalle connessioni, esplicite o sotterranee, di cui si può provare la pertinenza. Ispirata ai metodi della microstoria, «Contesti» intende indagare i fenomeni sociali come esito dell’interazione continua fra scelte personali e strategie politiche, meccanismi economici e circolazione di idee, sistemi culturali e comportamenti individuali. Aperta ai contributi di ogni disciplina, presenta in ogni numero, a cadenza semestrale un corpo di ricerche di prima mano, dedicate a casi di studio che spaziano tanto nel tempo quanto sotto il profilo geografico; una intervista a studiosi che hanno innovato i paradigmi dei loro rispettivi campi di studio; una sezione di discussioni incentrate su un’opera letteraria o cinematografica, o un saggio, che ha scandagliato nuove possibilità d’analisi della realtà sociale.
Created by a group of historians, Contesti is an attempt to better understand social complexity through the analysis of the oft-hidden relationships and exchanges among people, social groups and institutions. In order to address our aim, the journal aims to reconstitute contextual analyses as defined through explicit and implicit relationships whose relevance can be established. Inspired by micro-history, Contesti intends to investigate the nature and the transformation of social phenomena by putting the accent on the continual interaction between personal choices and political strategies, between economic mechanisms and the circulation of ideas, as well as between cultural systems and individual behavior. The review is open to contributions from all disciplines and is made up of three sections: original research, interviews with researchers, and discussions of literature, cinema and essays. Contesti is published twice a year.
Ai nostri lettori Al pari delle altre scienze umane, la storia ha perduto da tempo molte delle sicurezze che ne avevano accompagnato il cammino. Di conseguenza, ha visto diminuire la propria capacità di rispondere alle nuove domande che lo scorrere del tempo pone al passato dell’uomo. È come se fosse rimasta attonita di fronte all’impetuosa trasformazione dello scenario in cui viviamo da qualche decennio. La fine del comunismo, la crisi dello stato-nazione, il presunto tramonto delle ideologie, la globalizzazione, il relativismo culturale hanno messo in crisi le tradizionali gerarchie di rilevanza dello storico, e soprattutto dello storico occidentale. Il quale, oggi, sembra rimanere incerto fra due posizioni, tanto divergenti fra loro quanto sterili. Quella di chi, confondendo ciò che è successo nel passato con le immagini e le conoscenze di ciò che è successo, è rimasto intrappolato nelle sabbie mobili del postmodernismo, finendo così col legittimare qualsiasi memoria parziale e sovrapporre storia e fiction. E quella di chi, disorientato dalla comparsa sulla scena di nuovi attori che rivendicano un loro spazio e pongono domande nuove, si è rifugiato nell’ortodossia d’antan, replicando, magari in forme sempre più raffinate, modelli e procedure di analisi rassicuranti e tradizionali. Sembra dunque di essere immersi nello stadio finale di una delle fasi cicliche della storia della scienza: quella in cui, come ci ha insegnato Thomas Kuhn, si studiano tutte le possibili strade per accordare i paradigmi alla realtà, ma lo si fa in modo sempre più calligrafico. La sensazione è dunque che si continuino quasi meccanicamente ad applicare paradigmi formulati in tutt’altro contesto per rispondere a tutt’altre domande. Così facendo, però, si rischia tra l’altro di incorrere nel peggiore dei difetti della storia: l’anacronismo.
Per uscire dallo stallo, non basta certo eleggere la World History come terreno di studio privilegiato e «nuovo», perché l’allargamento della scala non fa automaticamente uscire la storia dalle secche delle generalizzazioni banali e decontestualizzate. Né serve a molto interrogarci sulla congruenza o sulle anomalie dei metodi ereditati dal passato, come si fa di norma quando i paradigmi cominciano ad apparire inadeguati. Semmai, dovremmo interrogarci sulla congruenza e l’anomalia delle domande che ci poniamo oggi, perché l’attuale crisi della storia sembra scaturire proprio dalla loro natura. Per questo motivo, anziché continuare a produrre rinfrancanti conferme della bontà dello statuto e delle procedure storiografiche vigenti, ci pare più opportuno intraprendere la via della sperimentazione, provando a porre nuovi interrogativi. È proprio questo il compito che ci proponiamo. L’idea di questa rivista non nasce dalla presunzione di indicare paradigmi inediti, ma dalla convinzione che sia indispensabile, oggi, sperimentare percorsi e metodi diversi da quelli consolidati. Ma, soprattutto, porsi altre domande. Non intendiamo tuttavia fare della sperimentazione per la sperimentazione: ovvero proporre una sorta di dadaismo storiografico. Il nostro punto di partenza si ispira piuttosto a una nozione non certo nuova nella ricerca storica: quella di contesto, avanzata con forza qualche decennio fa da Edward Palmer Thompson e poi ripresa negli studi di microstoria.
Invece che semplice cornice o sfondo nel quale collocare gli eventi, il contesto fu allora immaginato come un «luogo» non necessariamente fisico, ma principalmente relazionale: come un campo di possibilità di comunicazione e di scambio fra individui. Il contesto non era dunque dato, ma si profilava come una costruzione dello storico, come lo stesso Thompson aveva magistralmente indicato in Whigs and hunters, dimostrando la stretta correlazione fra il bracconaggio nelle foreste del Berkshire e dello Hampshire e l’emanazione nel 1723 del ‘Black Act’, una legge che comminando punizioni draconiane a difesa della proprietà privata inaugurava in pratica il passaggio dell’Inghilterra a una società capitalistica. Questo è esattamente il punto di partenza di questa rivista: riflettere sistematicamente sulla pertinenza dei contesti scelti per spiegare i fenomeni politici, sociali, economici e culturali. E dunque cercare di individuare le connessioni, esplicite o sotterranee, fra persone, fenomeni, istituzioni, indipendentemente dalla loro condivisione di uno spazio definito. Ci ripromettiamo in altri termini di indagare sulla multiforme natura dello scambio sociale, senza presupporre l’esistenza di gerarchie aprioristiche quali alto-basso, centro-periferia, locale-globale. Avviarsi in questa direzione comporta il recupero delle discussioni e delle pratiche, per noi fondamentali, della microstoria. Condividiamo infatti fino in fondo la consapevolezza che lo storico, dovendo dare risposte generali a partire dall’analisi di situazioni specifiche, debba mirare a cogliere la complessità dell’esperienza umana mediante un approccio «denso», senza per questo rinchiudersi nella dimensione del villaggio evocata da Clifford Geertz e, soprattutto, senza rinchiudersi negli steccati disciplinari.
Nel panorama ideologico attuale, fatto di generalizzazioni solo apparentemente deboli, questo compito ha anche una valenza politica. La forza del paradigma unico entro il quale il senso comune attuale pensa il mondo, spesso senza saperlo, consiste nel fatto che tutto – presente, passato, futuro – sembra potersi spiegare attraverso la lente di un mercato – come realtà economica e come metafora culturale – privo di attori e ricco di comparse che obbediscono tutte a una logica unica e senza tempo. Solo le magnifiche sorti e progressive del mercato e del capitalismo costituiscono l’ambito all’interno del quale comportamenti individuali e trasformazioni sociali vanno misurati, valutati, studiati. Ne risulta una sorta di impasse cognitiva che impedisce di pensare al di fuori di questo quadro; e quindi di proporre altri percorsi che permettano non solo di considerare lo stato attuale delle cose come uno stato transitorio, qual è, ma anche di mostrare la complessità della vicenda umana come un campo di infinite possibilità che prefigurano futuri diversi.
La rivista riposa su una convinzione ottimista: che la storia e gli storici possano riconquistare un posto centrale nello spazio intellettuale in cui si forma e si diffonde un sapere critico, proponendo le loro competenze non solo e non tanto in termini di semplici «critici delle fonti», di eruditi ferrati nel rintracciare la manipolazione dell’informazione presente e passata, o di commentatori dell’inevitabilità del presente, ma offrendo una visione del passato prossimo e remoto che provi a rispondere alla complessità delle domande poste dal presente con la complessità della ricostruzione di contesti possibili. La redazione
Dall’indice del primo numero (2014, 1):
Anna Beltrami, «Il negotio della donna inspiritata». Una congiura politica nel Piemonte del Seicento
Luciano Allegra, Le trappole della statistica. Una stima dei poveri in antico regime
Cinzia Bonato, La circolazione dell’informazione nel XVIII secolo e il successo della legge genovese sui parti illegittimi
Giorgia Beltramo, La libertà dalla memoria. Il negazionismo del Journal of Historical Review
Interviste:
Per una storia sociale dell’arte: bilanci, esperienze, prospettive. Intervista a Enrico Castelnuovo, a cura di Alessandra Giovannini Luca e Alice Pierobon
Discussioni:
Isa Mascolo, Lincoln di Steven Spielberg. L’uomo, gli uomini, la storia
Lia Viola, Epidemie locali e morali d’oltre oceano. Riflessioni a partire da un libro di Helen Epstein
Francesco Vietti, Il contesto etnografico transnazionale: potenzialità e limiti della ricerca multisituata sulle migrazioni contemporanee
Dall’indice del secondo numero (2014, 2):
Introduzione
Saggi:
Renata Ciaccio Dopo le stragi. La difesa dell’identità sociale dei calabro-valdesi fra Cinque e Seicento
Fulvia Grandizio La negoziazione dello spazio. Storia di un monastero tra Ottocento e Novecento
Davide Tabor Politica e networks. Comunicazione politica e relazioni personali in Italia tra ’800 e ’900
Interviste:
Sulla storia. Intervista con Giovanni Levi a cura di Cinzia Bonato
Discussioni:
Luciano Allegra La formula magica della storia ebraica
Ida Fazio Tempi, spazi, contesti: la storia della famiglia negli anni Dieci del XXI secolo
Barbara Mann Casa interrotta. Spazio e memoria nella trilogia sulla casa di Amos Gitai
Dall’indice del terzo numero (2015, 3):
Introduzione
Saggi:
Marco Bettassa «Voglio andar in Paradiso e farmi catolico». Conversioni valdesi
Salvatore Speziale La guerra dei saperi nell’Africa mediterranea tra la Grande epidemia e l’agonia della peste (fine XVIII-inizi XIX secolo)
Elisa Magalì Tonda Un’insolita sfilata di travetteria. Il mondo di un impiegato di metà Ottocento
Interviste:
Il cinema, la storia e la testimonianza. Intervista a Marco Bechis a cura di Davide Tabor
Discussioni:
Gadi Luzzatto Voghera Una casa nel ghetto
Samira Salimi Teheran, città di bugie?
Dall’indice del quarto numero (2015, 4):
Introduzione
Saggi:
Marta Angela Maria Fabio La seta compra il grano. La sussistenza in una comunità siciliana nel Settecento
Massimiliano Franco Una stagione all’inferno: delinquenti, spostati, barabba. Una forma di devianza di fine Ottocento
Davide Pellegrino Sotto il segno del notabilato. Il radicamento territoriale della Democrazia Cristiana in Salento nel dopoguerra
Interviste:
Parole, persone, incontri e luoghi: il giornalismo tra esperienza e rac-conto. Intervista a Domenico Quirico a cura di Davide Tabor
Discussioni:
Luciano Allegra Non tutto è perduto
Alessandra Giovannini Luca La vita delle fotografie. In margine al catalogo della mostra “Regards sur les ghettos”
Direttore: Davide Tabor

Comitato di redazione: Daniela Adorni, Luciano Allegra, Cinzia Bonato, Monica Martinat, Davide Tabor
Segreteria di redazione: Cinzia Bonato
Primo numero aprile 2014
15 x 21 cm - 208 pp. - ISBN 9788871582078
Secondo numero novembre 2014
15 x 21 cm - 200 pp. - ISBN 9788871582085
Terzo numero luglio 2015
15 x 21 cm - 229 pp. - ISBN 9788871582108
Fascicolo singolo:
Italia:         € 25,00 (privati)
                  € 30,00 (istituzioni)
Estero:       € 32,00 (privati)
                  € 38,00 (istituzioni)
Abbonamento annuo:
Italia:         € 45,00 (privati)
                  € 50,00 (istituzioni)
Estero:       € 60,00 (privati)
                  € 75,00 (istituzioni)
Per abbonarsi alla rivista alle condizioni indicate sopra si può indirizzare richiesta, con tutti i dati per essere contattati e quelli necessari per la registrazione (nominativo se per privato / denominazione e dati fiscali se l’abbonamento sarà intestato a istituzione - ente, biblioteca, centro ricerca ecc. – e recapito a cui inviare i fascicoli) utilizzando
- lettera a Silvio Zamorani editore, corso San Maurizio 25 10124 Torino
- fax al numero 011 8126144
- messaggio di posta elettronica a info@zamorani.com
Verranno indicati nella risposta i dati bancari del conto per il relativo pagamento.

Alessandro Carrieri

Lagermusik e resistenza. Viktor Ullmann e Gideon Klein a Theresienstadt

La città fortezza di Theresienstadt (Terezín in ceco), a pochi chilometri da Praga, divenne un ghetto-lager nazista dal 1941 al 1945. Esistette con una doppia finalità: da un lato fu istituito per rinchiudervi gli ebrei del Protettorato di Boemia e Moravia e successivamente quelli del Reich, e dall’altro fu sfruttato come strumento di propaganda da mostrare alla comunità internazionale, rappresentando positivamente la vita e le condizioni degli ebrei deportati. Al suo interno si svilupparono attività artistiche e musicali, stimolate dalla presenza di numerosi artisti e musicisti tra i più geniali d’Europa.
Questo libro si incentra sul concetto di resistenza e opposizione culturale e politica al regime hitleriano attraverso l’analisi musicale di alcune composizioni create a Theresienstadt. I due musicisti presi in considerazione sono Viktor Ullmann e Gideon Klein; sono state analizzate in particolare la Sonata per pianoforte di Gideon Klein e le Sonate n. 5 e n. 6 per pianoforte e l’opera Der Kaiser von Atlantis oder die Tod-Verweigerung (L’Imperatore di Atlantide ovvero il rifiuto della Morte) di Viktor Ullmann. Si è cercato così di indagare i significati delle scelte estetiche dei due compositori, in modo da cogliervi il pensiero filosofico e il messaggio di resistenza culturale e politica.
Dopo l’Introduzione il libro è diviso in tre capitoli (I. L’azione resistenziale artistica degli ebrei a Theresienstadt; II. Le Sonate n° 5 op. 45 e n° 6 op. 49 di Viktor Ullmann e la Sonata di Gideon Klein; III. Per un’ermeneutica simbolica dell’opera Der Kaiser von Atlantis oder die Tod-Verweigerung di Viktor Ullmann su libretto di Peter Kein); seguono le Conclusioni, in allegato le riproduzioni di vari documenti (manifesti di concerti, pagine degli spartiti) dell’attività musicale a Theresienstadt, un’ampia bibliografia aggiornata dei testi più recenti sugli argomenti trattati e l’indice dei nomi dei personaggi che compaiono nel volume.

Parole chiave: Lager; Shoah; Theresienstadt; Ullmann, Viktor; Klein, Gideon; Kaiser von Atlantis; ghetto; KZ Musik; resistenza; deportazione

Alessandro Carrieri è assegnista di ricerca presso il Dipartimento di Scienze politiche e sociali dell’Università degli Studi di Trieste. Nel 2010 ha conseguito il titolo di dottore di ricerca in Filosofia delle scienze sociali e comunicazione simbolica presso l’Università degli Studi dell’Insubria. Dal 2007 al 2008 è stato Gastwissenschafter presso il Zentrum für Antisemitismusforschung alla Technische Universität di Berlino. Ha curato con Giuliana Parotto il libro Il pentagramma di ferro. Musica e creatività nei campi di concentramento (Trieste, 2010) e ha di recente pubblicato The Voice of Resistance in Concentrationary Music, in «Political Perspectives» 2013, volume 7 (2).

http://www.cisui.unibo.it/rec/156.htm

cm 15 x 21 - 150 pp. - ISBN 9788871582054 - Euro 24,00

Luca Fenoglio
Angelo Donati e la «questione ebraica» nella Francia occupata dall’esercito italiano
Prefazione di Fabio Levi

Nel dicembre 1942, nella Francia meridionale occupata dagli italiani, Angelo Donati, un banchiere di origine italiana ben introdotto negli ambienti politico-finanziari, si oppose al tentativo delle autorità di consegnare ai nazisti alcune migliaia di ebrei stranieri rifugiati in Costa Azzurra. Gli sforzi che sino alla disfatta italiana dell’8 settembre 1943 egli compì tra Nizza e Roma per salvare tanti suoi correligionari dai campi di sterminio sono ricostruiti da Luca Fenoglio in questo libro. Oltre all’azione di Donati in favore dei perseguitati, il volume, ricco di documentazione inedita, ne ricostruisce anche la biografia, per poi analizzare il ‘mito’ cresciuto attorno a questa eccezionale figura. Attraverso la complessa vicenda di Donati, l’autore giunge così a fare nuova luce su molti dei protagonisti di quel convulso periodo: i funzionari di polizia italiani incaricati di gestire la ‘questione ebraica’ in Francia, i membri delle organizzazioni ebraiche di soccorso, i nazisti impegnati a dare la caccia a Donati, per analizzare infine in modo problematico la presunta protezione italiana degli ebrei nei territori occupati dalla IV armata.
Dall’indice:
Prefazione Fabio Levi
Introduzione
Capitolo primo. La «questione storiografica»
Capitolo secondo. L’ascesa professionale e sociale nella Parigi degli anni venti e trenta
Capitolo terzo. Di fronte alla persecuzione
Capitolo quarto. Donati, l’occupazione italiana e la genesi della protezione degli ebrei
Capitolo quinto. Le résidences forcées : la collaborazione con Barranco
Capitolo sesto. Le résidences forcées: la collaborazione con Lospinoso
Capitolo settimo. Lo sbarco alleato in Sicilia e il progetto per l’ingresso degli ebrei in Italia
Capitolo ottavo. La destituzione di Mussolini e la prosecuzione delle trattative per l’ingresso degli ebrei in Italia
Capitolo nono. Il piano di trasferimento degli ebrei in nord Africa
Capitolo decimo. L’annuncio dell’armistizio e il fallimento del piano di Donati
Conclusioni
Epilogo
Archivi consultati
Fonti a stampa e raccolte documentarie

Bibliografia, Filmografia, Sitografia
Cartine
Indice dei nomi e dei luoghi
Parole chiave: Donati, Angelo; IV armata; Francia occupata; Vichy; résidences forcées; St.-Martin-Vésubie;
Luca Fenoglio si è laureato in Storia all’Università degli Studi di Torino, dove è stato allievo di Fabio Levi. Dal gennaio 2012, è Ph.D. Student presso la School of History, Classics and Archaeology, University of Edinburgh. La sua tesi di dottorato, finanziata da una borsa di studio triennale della University of Edinburgh, indaga la politica italiana verso gli ebrei nei territori francesi occupati durante la seconda guerra mondiale.
15 x 21 cm - 192 pp., con 3 cartine - ISBN 9788871582009 - Euro 28,00
Alessia Pedio
Costruire l’immaginario fascista.
Gli inviati del «Popolo d’Italia» alla scoperta dell’altrove (1922-1943)
Il «Popolo d’Italia» è il giornale che, dalla Marcia su Roma al 25 luglio 1943, nella sua veste di vetrina ufficiale del fascismo può essere considerato lo «specchio» di un insieme di questioni: dalle aspirazioni e dai contenuti della politica culturale del regime alle strategie per creare il consenso nell’opinione pubblica. Nel libro vengono analizzati i modelli e i paradigmi più diffusi nella rappresentazione dell’ “altro”, dell’ “altrove” e degli italiani stessi, attraverso gli articoli apparsi per lo più in terza pagina. I loro autori (fra cui Mario Appelius, Mirko Ardemagni, Luigi Barzini, Franco Ciarlantini, Mario dei Gaslini, Arnaldo Cipolla, Roberto Suster, Augusta Perricone Violà, Ain Zara Magno, Pier Luigi Barbato) vi divulgarono una “presunzione di conoscenza” racchiusa in immagini schematiche, a volte paradossali o in interpretazioni strumentalmente ideologizzate di fenomeni e realtà che, per la loro lontananza geografica, venivano banalmente percepiti come esotici o inaccessibili all’uomo occidentale. Concepito come una parte non irrilevante del primo grande progetto di educazione nazionale, «Il Popolo d’Italia» permette così di aggiungere un ulteriore tassello all’interpretazione dell’ideologia fascista e contribuisce a far cogliere quest’ultima nelle sue molteplici pieghe e sfaccettature.
Dall’indice:
Introduzione
Capitolo primo. Il «Popolo d’Italia» e la sua terza pagina
Capitolo secondo. Alla ricerca dell’«Hearth of darkness»
Capitolo terzo. Libia ed Etiopia, terre italiane di conquista
Capitolo quarto. In Estremo Oriente
Capitolo quinto. Russia sovietica e Stati Uniti fra modernità e barbarie
Conclusioni
Cartine
Biografie dei principali inviati del «Popolo d’Italia»
Riferimenti bibliografici
Fonti a stampa
Bibliografia
Indice dei nomi
Parole chiave:
Alessia Pedio, dopo aver conseguito il diploma di perfezionamento in Scienze politiche presso la Scuola superiore di studi universitari e perfezionamento Sant’Anna dell’Università di Pisa, nel 2012 ha concluso un post-dottorato biennale presso il Centre de recherches historiques dell’École des Hautes Études en Sciences Sociales di Parigi. Tra le sue pubblicazioni La cultura del totalitarismo imperfetto. Il Dizionario di politica del Partito nazionale fascista (1940), Milano 2000 e La divulgazione storica sulla terza pagina de «Il Popolo d’Italia» (1922-1943), «Annali della Fondazione Ugo La Malfa», 2008-2009. Ha curato I volti del consenso. Mass media e cultura nell’Italia fascista, Roma 2004. Attualmente collabora, per la parte di ricerca, alla ristampa anastatica delle opere della casa editrice di Piero Gobetti.
15 x 21 cm - 240 pp., con sei cartine - ISBN 9788871582023 - Euro 28,00

 

Il libro che inaugura una nuova collana di studi prodotti da giovani ricercatori di storia moderna e contemporanea ha vinto il
Premio ANCI-Storia 2014
( http://www.sissco.it/articoli/premio-anci-storia-863/premio-anci-storia-2014/ )
Davide Tabor
Il cerchio della politica. Notabili, attivisti e deputati a Torino fra ’800 e ’900
“Contesti”, 1

Tra Ottocento e primo Novecento le trasformazioni sociali cominciarono a modificare il sistema politico dell’Italia liberale; furono gli anni in cui iniziò ad allargarsi il corpo elettorale e dunque si estese la gamma degli interlocutori sociali dei candidati e delle associazioni, e tanto le istituzioni quanto le organizzazioni cominciarono ad affrontare il problema della partecipazione delle masse alla vita politica italiana. Il libro parla di politica “alta” e di politica “bassa”, di persone importanti, deputati, senatori e ministri, di individui comuni, artigiani, operai, membri di associazioni popolari, e di notabili di quartiere. Tra tutti questi attori, infatti, c’erano nessi, contatti e scambi, e la politica di massa sembrava il frutto, più che di una nazionalizzazione o di una mobilitazione dall’alto, dell’interazione tra i vari soggetti che da più parti contribuivano a costruire le organizzazioni e a definire i messaggi politici, in “alto” come in “basso”. Dalle celebrazioni pubbliche alle campagne elettorali, dalla costituzione di associazioni e comitati elettorali l’analisi di Tabor si sofferma così su alcuni protagonisti eminenti della cultura, della politica, dell’impresa e dell’amministrazione nella Torino – e non solo – a cavallo tra i due secoli: tra gli altri Leonardo Bistolfi, Giuseppe Durio, Tommaso Villa, Emilio Sineo, Francesco Crispi, Sidney Sonnino, Edoardo Daneo, Oddino Morgari.
Dall’indice:
Introduzione
Parte prima. Morfologia della festa: un modello di comunicazione politica
Capitolo primo. Festa nazionale, festa popolare
Capitolo secondo. Una festa che viene da lontano: notabili locali e associazionismo popolare
Capitolo terzo. La nazione e il quartiere: la storia nazionale nella città industriale
Capitolo quarto. Il problema della ricezione: il pubblico della festa
Parte seconda. Una configurazione di notabili
Capitolo quinto. Sociabilità di quartiere e sociabilità urbana: un modello fluido di politica
Capitolo sesto. Reti di notabili e forme di reinterpretazione della tradizione
Capitolo settimo. Il leader e il gruppo
Capitolo ottavo. Impegno nazionale ed esperienza locale
Parte terza. Alto e basso: la circolarità della politica
Capitolo nono. Elezioni, elettori, candidati
Capitolo decimo. Il comportamento elettorale e le basi sociali delle forze politiche
Capitolo undicesimo. Il modello di proselitismo socialista tra otto e novecento: Oddino Morgari e la propaganda
Capitolo dodicesimo. Militanti e partito
Indice dei nomi
Parole chiave: storia delle formazioni politiche; esposizione nazionale del 1898; associazionismo popolare; circoli operai; società operaie; élites politiche; sociabilità; network; reti di notabili; Edoardo Daneo; Giuseppe Durio; Oddino Morgari; partito socialista; partito liberale
Davide Tabor è dottore di ricerca in storia contemporanea e collabora col Dipartimento di Studi Storici dell’Università di Torino. Nei suoi studi si è dedicato in particolare ad analizzare la politica da una prospettiva sociale. Tra i suoi indirizzi di ricerca ci sono: l’adesione e l’opposizione degli individui al fascismo, la partecipazione dal basso alla politica, la relazione tra locale e nazionale nella costruzione delle culture politiche, le politiche pubbliche dell’abitare, le forme di trasmissione dei valori tra le generazioni, la composizione dei gruppi sociali.
Ha pubblicato vari saggi, tra cui: Operai in camicia nera? La composizione operaio del fascio di Torino, 1921-1931 in «Storia e problemi contemporanei», n. 36, 2004; Luoghi della memoria: uso simbolico dello spazio urbano nella periferia torinese. 1880-1906 in «Bollettino Storico-Bibliografico Subalpino», vol. XVII, 2009; Il popolo alle urne. Un’analisi del comportamento elettorale a Torino tra la fine dell’Ottocento e la Grande Guerra in «Quaderni Storici», n. 1, 2011; L’arte della propaganda. Il modello di proselitismo del Psi tra fine Ottocento e inizio Novecento, in «Contemporanea», n. 4, 2011; Giovani partigiani e legami intergenerazionali. Una mappa generazionale del partigianato torinese in «Quaderni di Storia Contemporanea», n. 53, 2013.
15 x 21 cm - ISBN 9788871582016 Euro 32,00

Antonella Filippi - Lino Ferracin

Deportati italiani a Majdanek

Presentazione di Fabio Levi

«Questo libro intende restituire un nome e una storia ai molti italiani deportati nel lager di Majdanek negli anni della seconda guerra mondiale, contribuendo in tal modo a contrastare, pur nei limiti di un ricordo postumo, la volontà annientatrice dei nazisti, che si abbatté su milioni di vite spezzandole e cancellandone programmaticamente anche solo la più piccola traccia», come si legge nella Prefazione di Fabio Levi al volume.
È il risultato del compito che si sono posti Antonella Filippi e Lino Ferracin, professori a Torino, arrivati nel lager nazista di Majdanek con i loro studenti per un Viaggio della Memoria: rintracciare tutti i prigionieri italiani che passarono attraverso quel campo nella Polonia occupata (e che in gran parte non fecero ritorno). La loro ricerca ha portato, dalle prime analisi dei documenti rimasti e di una copia conservata presso il Museo di Majdanek del Totenbuch – il registro in cui venivano elencati di giorno in giorno i decessi dei prigionieri –, alla scoperta di informazioni sempre più precise sulla vita dei deportati, fino all’incontro più diretto con i loro volti e le loro voci attraverso le memorie conservate in famiglia.
Gli autori al contributo del direttore del Museo, Tomasz Kranz, sulla storia del lager e a quello dell’archivista Marta Jablonska sulla documentazione relativa alla presenza di prigionieri italiani a Majdanek, fanno seguire l’elenco di 227 deportati, ad ognuno dei quali hanno dedicato una scheda biografica con tutti i riferimenti ai documenti che ne ricostruiscono i percorsi attraverso il sistema concentrazionario; in un capitolo specifico – dando conto di alcune importanti scoperte rispetto all’attuale storiografia della deportazione – analizzano i trasporti (dall’Italia e tra un lager e l’altro in Germania e nei Paesi occupati); approfondiscono le vicende di alcune decine di deportati per i quali è stato possibile ritrovare testimonianze più dirette (da lettere, documenti di famiglia e dai ricordi di chi li conobbe); ripercorrono la storia della conoscenza in Italia del lager di Majdanek e infine propongono al lettore le memorie di Carmelo Arno Marino, uno dei pochi che riuscirono a fare ritorno e che ci ha lasciato, in un testo di estrema vivezza, la testimonianza della sua deportazione.

Dall’indice

Prefazione di Fabio Levi
Capitolo 1. Storia di una ricerca
Capitolo 2. Il lager di Majdanek
1. Storia del lager di Tomasz Kranz
2. Gli Italiani nei documenti d’archivio del Museo Statale di Majdanek di Marta Jablonska
Capitolo 3. L’elenco dei deportati italiani nel lager di Lublin-Majdanek
Capitolo 4. Geografia dei trasporti
Capitolo 5. Storie di uomini
Capitolo 6. Che cosa si sapeva di Majdanek in Italia?
Appendice. Memorie di Carmelo Arno Marino
Bibliografia

Gli autori
Antonella Filippi, docente di Lettere in un Istituto superiore di Torino, responsabile del Progetto Memoria della scuola, ha dedicato largo spazio della sua attività didattica all’insegnamento della deportazione. Ha curato l’organizzazione e la preparazione storica dei Viaggi e delle Giornate della Memoria.
Lino Ferracin, docente di Lettere in un Istituto superiore di Torino, ha condiviso tutti i lavori del Progetto Memoria, occupandosi della preparazione storica dei viaggi, di mostre fotografiche nella scuola e presso la Comunità ebraica di Torino (2011) e della conservazione multimediale della memoria dei testimoni.

Vedi anche: http://www.hakeillah.com/3_13_22.htm

 

15 x 21 cm - 304 pp., illustrato - con una cartina - ISBN 9788871581972 Euro 32,00

Milena Beux Jäger
Padre Nostro. Una preghiera ebraica

Tra il 200 a.e.v. e il 200 e.v. la Palestina è sottoposta a sconvolgimenti politici e culturali che si riflettono anche sulla liturgia ebraica. Accanto ai Salmi, in gran parte già redatti ed entrati a far parte della prassi liturgica templare, nascono o si confermano formule e preghiere, atte a sottolineare e a determinare i principi teologici fondamentali per l’identità etnica, politica e spirituale di Israele, minacciata dall’assimilazione alla cultura ellenistica. L’unicità di Dio e del suo popolo, così come la santificazione del Nome divino e la speranza dell’imminente imposizione suo Regno, sottendono le principali preghiere, come la Berakah, lo Schema‘ Israel, la Tephillah o il Padre Nostro, che si sviluppano in questo periodo in seno ai gruppi religiosi attivi, quali i farisei, la comunità di Qûmran, i samaritani, la comunità di Gesù di Nazareth, e che ne riflettono le caratteristiche. Sarà intorno alla metà del I secolo e.v. che esse andranno via via cristallizzandosi, sino a diventare parti fisse della liturgia quotidiana dell’ebraismo rabbinico e della chiesa nascenti.
Milena Beux-Jäger è nata a Torino, si è laureata in teologia presso la Facoltà di teologia Valdese di Roma e ha conseguito il dottorato in ebraistica presso l’Istituto per la ricerca ebraico-cristiana dell’Università di Lucerna (Svizzera), sotto la guida del prof. C. Thoma, con un lavoro sull’antica liturgia ebraica, dal titolo Das Verständnis der Heiligung des göttlichen Namens und des Reiches Gottes in der alten jüdischen Liturgie.
15 x 21 cm - 164 pp. - ISBN 9788871581989 Euro 28,00

Elisabetta Corradini

Il difficile reinserimento
degli ebrei

Itinerario e applicazione della legge Terracini
n. 96 del 10 marzo 1955

In Italia, dal ’38 al ’45, rimase in vigore una normativa duramente discriminatoria contro tutti gli ebrei residenti nel paese, che divenne progressivamente sempre più drastica fino a sfociare nella deportazione e nell’assassinio. Quell’esperienza lasciò un segno indelebile sulla vita dei sopravvissuti e incise in profondità sulla storia del paese nel suo insieme.
La drammatica rilevanza di quegli eventi permette di misurare il clamoroso contrasto fra la loro effettiva dimensione e – a parte pochissime eccezioni – il tono cauto, sfuggente e sommesso con cui se ne discusse nel dibattito parlamentare sviluppatosi intorno alla Legge Terracini del 1955, che avrebbe dovuto offrire un risarcimento alle vittime della persecuzione voluta da Mussolini. L’autrice ne rende conto attraverso le parole dei protagonisti e analizza poi, riportando alcuni casi esemplari, come in sede amministrativa e giurisprudenziale la condizione degli ebrei perseguitati fosse non solo sottovalutata e mal compresa, ma esplicitamente misconosciuta; propone infine un quadro puntuale di quanti furono nei vari periodi, compresi gli anni più vicini a noi, i perseguitati “razziali” riconosciuti meritevoli delle provvidenze stabilite sia dalla legge Terracini nel suo testo iniziale sia dalle leggi di modifica approvate poi.
Il libro offre così uno squarcio illuminante sul modo in cui le diverse culture politiche del secondo dopoguerra si sono misurate con le persecuzioni antiebraiche e con le loro conseguenze di più lungo periodo.

Dall’indice

Introduzione Fabio Levi

Capitolo primo Per i perseguitati politici e razziali
Capitolo secondo Per i “ragazzi di Salò”
Capitolo terzo La svolta delle elezioni politiche del 1953
Capitolo quarto Legiferare a “denti stretti”
Capitolo quinto Perseguitati e persecutori: provvidenze per due opposti fronti
Capitolo sesto La legge Terracini e i perseguitati razziali
Capitolo settimo Un profilo quantitativo: l’applicazione della Legge Terracini

Appendice
Legge 8 novembre 1956, n. 1317
Legge 3 aprile 1961, n. 284
Legge 24 aprile 1967, n. 261
Legge 22 dicembre 1980, n. 932

Indice dei nomi

Elisabetta Corradini si è laureata a Torino in Scienze politiche e ha frequentato il master in Didattica della Shoah presso l’Università di Roma Tre. Dal settembre 2010 fa parte, come rappresentante dell’A.N.P.P.I.A., della commissione ministeriale preposta all’esame delle pratiche avviate in applicazione della normativa risarcitoria a favore dei perseguitati razziali. Ha svolto attività d’insegnamento a Torino e a Roma dove attualmente vive e lavora.

15 x 21 cm - 219 pp. ISBN 9788871581903 Euro 28,00

 

Silvio Zamorani editore

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