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Recensione di Giuliano Capecelatro al libro

Francesca Nobili Spada Nell’acquario di Angiporto Galleria

 

LETTURE
C'ERA UNA VOLTA L’ANGIPORTO

Sarebbe riduttivo considerarlo un luogo, un mero dato topografico, spiazzo angusto seminascosto dietro via Toledo da un’edicola, che probabilmente sta lì da quando esistono i giornali. No, l’Angiporto Galleria – oggi, per la toponomastica, piazzetta Matilde Serao – è un topos cruciale della recente storia di Napoli; quella che parte dal secondo dopoguerra, in una città materialmente devastata dai bombardamenti, spolpata, avvilita e press ché moralmente annichilita dal fascismo, dalle incursioni aeree e dalla presenza degli alleati.
Un romanzo inedito, incompleto, riemerso quasi casualmente, riapre quelle pagine tormentate, le investe di una luce nuova, per molti aspetti rivelatrice. Nell’acquario di Angiporto Galleria è il testo cui stava lavorando, quando si uccise, Francesca Spada, assurta a fama come tragica protagonista del romanzo-reportage di Ermanno Rea, Mistero napoletano.
Lo ha riesumato e curato la figlia, Viola Lapiccirella, autrice anche delle belle illustrazioni, che nell’introduzione, come chiave di lettura, evoca il dipinto Angelus Novus di Paul Klee e l’inquietante interpretazione di Walter Benjamin, per cui la catena di eventi etichettata come passato, verso cui indirizza lo sguardo l’angelo, è solo catastrofe, una tempesta che lo spinge irresistibilmente verso il futuro. Perché ciò che chiamiamo il progresso, è questa tempesta.
Non v’è forse epitaffio più calzante per quella breve stagione dell’intellettualità napoletana, conclusa con un’impressionante teoria di suicidi, con disperate fughe (suicidi simbolici) dalla città – via, via: Milano, Roma – di chi voleva sopravvivere e provare a dire, fare qualcosa, dopo isolati, spesso sterili, aneliti generosi a mantenere viva una speranza, un ideale palingenetico.
L’Angiporto era il cuore di questa vicenda. C’erano le sedi dei giornali: «l’Unità», dove lavorava Francesca Spada, «il Mattino», «Paese Sera». Lì si incrociarono alcune delle migliori intelligenze ed energie morali della città. Dal nume tutelare Renato Caccioppoli all’indomito Gerardo Marotta, che fino all’ultimo giorno di vita avrebbe continuato a combattere per non far naufragare l’Istituto per gli studi filosofici, stimatissimo in campo internazionale, negletto da istituzioni locali e nazionali; da Guido Piegari (la cui figura sfuggente è stata riproposta da Rea) a Renzo Lapiccirella, medico di mente sottile, arguta, chiamato a dirigere la pagina napoletana del quotidiano comunista.
I personaggi che animano il romanzo di Francesca Spada (che da scrittrice ritrova anche il suo cognome originario, Nobili) sono appena accennati, fantasmi nascosti sotto anonimi nomi: Maria, Piero, Massimo, Laura, Paolo, Marcella, Giovanni. Tutti immersi nell’acquario dell’Angiporto, nel clima pesante e fervente di quei giorni.
Clima che il romanzo restituisce in pieno. Con un Partito comunista, che incarnava l’aspirazione a una società più giusta, ma era di fatto un apparato rigido, soffocante. Che non tollerava deviazioni dalla linea indicata, tanto da additare Jean-Paul Sartre come un nemico del popolo. E con dei giovani intellettuali insofferenti dei dogmi stalinisti, che si affidavano all’acume scettico di Caccioppoli, e si facevano espellere per aver creato l’eretico gruppo Gramsci, che leggevano l’inviso Sartre o Camus, in cui sentivano vibrare quel male divivereche,anche nell’orizzonte agognato della futura umanità, sperimentavano sulla propria pelle. Ma che dovevano concludere, come scrive Francesca Nobili Spada, «Il Godot che in tanti a quell’epoca aspettavamo non sarebbe arrivato più. E peggio che mai per una donna».

Giuliano Capecelatro

http://www.leggendaria.it/2018/07/

 

 

Una riflessione interessante di Giulio Berruti, docente di Storia del Cinema, con uno sguardo particolare alla forma letteraria del libro di Francesca Nobili Spada Nell’acquario di Angiporto Galleria

in http://cortoin.screenweek.it/archivio/cronologico/2018/04/il-fascino-del-romanzo-ritrovato.php

 

 

Recensione di Anna Segre al libro di Silvana Calvo L’informazione rifiutata
La Svizzera dal 1938 al 1945 di fronte al nazismo e alle notizie del genocidio degli ebrei

RECENSIONE SU HA KEILLAH
http://www.hakeillah.com/2_18_16.htm


Come può un paese democratico mantenere la neutralità tra democrazie, fascismo e nazismo? Come può offrire un’informazione che appaia equilibrata per non suscitare le proteste di uno dei contendenti? Come può adeguatamente mettere al corrente i suoi cittadini del fatto che è in corso un genocidio se contemporaneamente deve mantenere rapporti amichevoli con la potenza che lo sta perpetrando? E se poi l’esigenza di mantenere rapporti amichevoli è rafforzata dal timore più che concreto di un’invasione e dalla volontà di non offrire pretesti con una presunta violazione della neutralità? La risposta è semplice quanto triste: non può. E infatti scopriamo con sconcerto che la Svizzera nei primi anni della guerra aveva dovuto accettare fin troppi compromessi: censure sui giornali, notiziari radio edulcorati, informazione ufficiale filtrata. Tanto per fare un esempio, il giornale socialista ticinese “Libera Stampa” subì 14 giorni di sospensione per aver pubblicato l’11 luglio 1940 la notizia dal titolo Battaglia navale nel Mediterraneo. Navi italiane colpite e in fuga, dando più peso ai comunicati inglesi che a quelli italiani.
Silvana Calvo con un lavoro minuzioso e instancabile è riuscita a ricostruire un quadro molto dettagliato della Svizzera di quegli anni: istituzioni, partiti e movimenti politici, i giornali con i rispettivi orientamenti ideologici, le agenzie di stampa, i cinegiornali, i notiziari radiofonici; ci illustra inoltre le pressioni e i provvedimenti punitivi che i giornali subivano se erano giudicati non neutrali e gli escamotage utilizzati per far capire al proprio pubblico quali informazioni erano da prendere sul serio e quali no senza incappare nelle maglie della censura.
A questa prima parte più generale segue quella dedicata più specificamente all’informazione sulla Shoah, che si inserisce in questo quadro e contemporaneamente ne rappresenta l’elemento più inquietante e paradossale. L’immagine di copertina, la dichiarazione anglo - russo - americana sul genocidio degli ebrei in corso pubblicata su Libera Stampa il 19 dicembre 1942, conferma ciò che il titolo stesso del libro fa intuire: in Svizzera durante la seconda guerra mondiale le notizie non mancavano affatto per chi voleva informarsi. Eppure, pur abbondante su alcuni giornali (primo tra tutti, appunto “Libera Stampa” a cui è dedicata la terza parte del libro), scopriamo con sconcerto che l’informazione sulla Shoah fu praticamente assente dai notiziari radiofonici dell’Agenzia Telegrafica Svizzera: dal 1939 al 1945 solo 34 notizie riguardanti in qualche modo la persecuzione degli ebrei, 23 delle quali provenienti da fonti dell’Asse. E scopriamo anche con sgomento che nel corso della seconda guerra mondiale la Croce Rossa svizzera inviò sul fronte orientale sei missioni mediche (quattro in Russia e due in Grecia) al seguito della Wermacht i cui membri, assoggettati come ausiliari dell’esercito alle leggi penali e all’ordinamento disciplinare dell’esercito tedesco, avevano l’obbligo di curare solo i soldati tedeschi e il divieto assoluto di raccontare ciò che avevano visto.
Oggi ci appare sconcertante che un paese democratico arrivi a tradire i propri stessi principi in modo così clamoroso, ma bisogna ricordare la situazione della Svizzera, soprattutto dopo che la Francia era stata invasa: un piccolo paese completante circondato dalle forze dell’Asse la cui vittoria appariva imminente; e naturalmente non mancavano nel paese stesso coloro che simpatizzavano con il fascismo e il nazismo. In questo quadro, in quella che potremmo definire l’ora più buia, la Svizzera, pur divisa tra “resistenti” e “accomodanti”, dimostrò una certa condiscendenza verso il nazismo ma al contempo un attaccamento caparbio alla propria sovranità e indipendenza. Tale orientamento si manifestò in diversi modi, dal piano difensivo che prevedeva la creazione di un “ridotto nazionale”, cioè l’arroccamento in una zona più interna della Svizzera in caso di invasione della parte esterna, alla costituzione della sezione “Esercito e focolare” con lo scopo “di rinforzare l’ideale patriottico, promuovere la volontà di difesa, rinsaldare i legami tra il soldato e il paese, distrarre e sviluppare spiritualmente i mobilizzati”; in una prima fase la sua azione fu rivolta alla propaganda tra i soldati e in seguito tra i civili.
Sconcertante leggere dalle “linee direttive” di “Esercito e Focolare” del 28 dicembre 1940: “Non si può negare l’esistenza di un problema ebraico solo perché - fortunatamente - non si è manifestato da noi con l’acutezza che possiamo osservare altrove. Ma se vogliamo restare obiettivi, siamo costretti a notare che l’ebreo è inassimilabile tant’è che nei due millenni da che dura la sua dispersione, non è mai riuscito a stabilirsi e integrarsi in nessun luogo. In passato alcuni cantoni e comuni svizzeri avevano degli statuti speciali per gli ebrei che per tutto il tempo della loro applicazione hanno assicurato un regime di rispetto dei reciproci diritti e doveri e reso inesistenti manifestazioni antisemite. Questi Statuti, scaturiti da un profondo spirito cristiano, hanno garantito la pace tra le parti, e non una confusione di sentimenti e ideologie foriera di ogni possibile eccesso”. Naturalmente tali linee suscitarono proteste (nell’esercito svizzero erano presenti anche ebrei) e fu poi pubblicata una rettifica. Ma in seguito suscitarono proteste e censure anche le linee direttive del 19 giugno 1943 contro l’antisemitismo.
Fortunatamente il quadro non è solo a tinte fosche: Silvana Calvo ci offre anche ampie informazioni su tutti coloro che invece si adoperarono per diffondere le informazioni sulla Shoah in corso e per aiutare gli ebrei profughi: gruppi politici e religiosi, giornali come appunto il già citato “Libera Stampa” e, naturalmente gli stessi ebrei svizzeri o residenti in Svizzera. Un panorama variegato, un insieme di voci che naturalmente tendono ad aumentare di intensità man mano che la guerra procede e si profila la vittoria degli Alleati.
Un lavoro di ricerca talmente ampio che un libro, pur così denso e corposo, non basta a dare conto diffusamente di tutto. Vale la pena ricordare che alcuni temi specifici (per esempio le navi dei profughi e i naufragi di cui si parla in questo numero) hanno trovato e troveranno uno spazio più ampio sulle pagine di Ha Keillah di cui Silvana Calvo è da molti anni una preziosa collaboratrice.

Anna Segre

 

 

Recensione di Daniela Manini al libro di Silvana Calvo L’informazione rifiutata
La Svizzera dal 1938 al 1945 di fronte al nazismo e alle notizie del genocidio degli ebrei

https://www.glistatigenerali.com/geopolitica_storia-cultura/linformazione-negata-quando-la-neutralita-distrugge-lumanita/

3 giugno 2018

“L’informazione negata”: quando la neutralità distrugge l’umanità

Neutralità. È la parola chiave di questo libro, la parola che ha informato tutte le scelte e gli indirizzi delle autorità svizzere durante il Secondo conflitto mondiale e nel periodo che lo ha immediatamente preceduto. Una neutralità che, se ha consentito alla Svizzera di non essere direttamente coinvolta, ha anche comportato pesanti responsabilità morali. Perché una domanda sorge spontanea: si può essere neutrali di fronte all’iniquità e all’orrore, o si diventa in qualche modo complici?
È il quesito inquietante che sgorga dalla lettura di questo libro, frutto di una ricerca accuratissima, durata anni, con la consultazione di migliaia di documenti. Un libro dalla stesura chiara, esauriente in ogni aspetto, che consente al lettore di farsi un quadro completo e circostanziato della situazione.
Silvana Calvo è partita da una ricorrente vulgata, quella che dice che della Shoà durante la guerra la gente non sapeva nulla, o quasi nulla… tutto si è scoperto dopo. E allora ha voluto vedere a fondo che cosa veramente le fonti di informazione svizzere dicessero e scrivessero in quegli anni, e, soprattutto, che cosa nelle ‘alte sfere’ si sapesse, in rapporto a quanto arrivava ai cittadini comuni.
L’autrice propone una accurata rassegna di tutti i mezzi di informazione allora disponibili: bollettiniradiofonici, cinegiornali, organi di stampa nazionali, locali, e confessionali. Tutti erano sottoposti a ‘censura di guerra’ che imponeva assoluta equidistanza tra le parti in conflitto e divieto di formulare critiche e commenti sfavorevoli, soprattutto nei confronti della Germania e dell’Italia.
È evidente come verso le potenze dell’Asse ci fosse in realtà un riguardo particolare: da un lato le pressioni tedesche e le più o meno velate minacce erano un elemento oggettivamente preoccupante, dall’altro non mancavano in Svizzera aperte simpatie per il Nazismo e il Fascismo e, quantomeno nei primi anni di guerra, la convinzione che proprio queste forze avrebbero prevalso. Era quindi opportuno, in vista del futuro assetto dell’Europa, guadagnarsi rispetto e favore.
I mezzi di comunicazione erano quindi soggetti a commissioni di controllo, che, in caso di infrazione alle regole imposte, prevedevano richiami, ammende, ed anche la sospensione delle pubblicazioni.
Alla fine i giornali si ridussero, per quanto riguardava le notizie sul conflitto, a riportare parola per parola (e citando la fonte) i testi inviati dall’Agenzia Telegrafica Svizzera che li riceveva dall’estero, e che ne diffondeva direttamente una selezione nei quattro bollettini radiofonici in tre lingue. Anche in questo occorrevano speciali cautele: non dare più notizie che provenissero da parte alleata, rispetto a quelle di parte tedesca, non usare (nel caso della carta stampata) caratteri che dessero più rilievo alle une piuttosto che alle altre, eliminare comunicazioni che contenessero parole pregiudizievoli soprattutto per Germania e Italia.
A questo proposito, nel libro si ricorda una controversia sorta per la pubblicazione di un dispaccio alleato che parlava di ‘navi italiane in fuga’ in occasione di uno scontro nel Mediterraneo, espressione ritenuta lesiva nei riguardi dell’onorabilità italiana.
In questo quadro si inserì, in modo per molti versi anomalo, anche l’azione informativa di "Esercito e Focolare". Si trattava di una iniziativa dell’Esercito finalizzata, in un primo momento, a rafforzare la motivazione dei 400.000 mobilitati attraverso iniziative di vario genere che promuovessero una immagine positiva del paese, per il quale valesse la pena di sacrificarsi, difendendo i valori su cui poggiava storicamente la Confederazione. Si temeva infatti, nei primi anni di guerra, che la Svizzera potesse subire un tentativo di invasione, per fronteggiare il quale erano stati predisposti piani di difesa.
Constatando, tuttavia, che tra la popolazione si stava diffondendo un atteggiamento disfattista, l’opinione, cioè, che essendo la Germania incontenibile, tanto valeva adeguarsi alla prospettiva di una Europa hitleriana e cedere, prima di esservi costretti con la forza, "Esercito e Focolare" pensò di estendere al sua azione anche al contesto civile. Senza un convinto sostegno della popolazione, l’esercito, infatti, sarebbe stato irrimediabilmente indebolito.
Negli ultimi mesi del 1941 ebbero così inizio i Corsi di Orientamento della Popolazione, cui avrebbero partecipato cittadini scelti, di provata fiducia, su indicazione delle autorità locali. La loro partecipazione assumeva il carattere di prestazione militare. Questi cittadini, a loro volta, avrebbero diffuso le idee attraverso contatti personali.
Ai conferenzieri, opportunamente formati, che tenevano i corsi, erano inviate regolarmente delle indicazioni dei temi da trattare, sotto forma di Linee Direttive. Nonostante la resistenza che il progetto trovò inizialmente presso le Autorità Federali, esso ebbe tuttavia modo di affermarsi e realizzarsi per tutta la durata della guerra, anche se non mancarono contrasti su alcune delle Linee Direttive.
Proprio per i suoi scopi, questo tipo di informazione andava in evidente controtendenza rispetto alla visione ‘sterilizzata‘ dei media tradizionali. Si concentrava l’attenzione in particolare sulla Germania, dalla cui martellante propaganda anche in territorio svizzero era necessario difendersi: gli argomenti diffusi da stampa e cinema tedeschi e le dicerie messe in circolazione da Berlino andavano puntualmente rintuzzati e contraddetti, rivelando quale fosse la realtà delle cose.
Trattandosi di informazione sotto la giurisdizione dell’Esercito, che aveva perciò carattere privato, in questi interventi era possibile sottrarsi largamente ai rigori della censura. Si venne così definendo una situazione duale. Da un lato la rigidissima neutralità ufficiale portata avanti dal Governo, dall’altro l’orientamento e l’informazione ‘sotterranea’ gestita dall’esercito.
Tornando ai media tradizionali, se in merito agli andamenti delle operazioni militari bisognava essere cautissimi, rispetto alle specifiche informazioni sulla persecuzione degli ebrei, scendeva addirittura un silenzio pesante, soprattutto nei bollettini radiofonici, che rappresentavano la fondamentale fonte di informazione quotidiana che raggiungeva praticamente tutti gli Svizzeri. È significativo come dalla consultazione delle 30.000 cartelle che costituiscono la raccolta completa dei comunicati radio dal 1939 al 1944, emergano solo una trentina di notizie riguardanti il tema, spesso ridotte a poche parole.
Come sottolinea l’autrice, in ossequio alla più rigorosa neutralità era vitale che le parti in guerra venissero presentate come moralmente equivalenti e ugualmente degne di rispetto». Per questo, per evitare cioè che le notizie delle uccisioni in massa degli ebrei mettessero a rischio tale precario equilibrio, non trovò spazio nei notiziari neppure il Comunicato Congiunto Interalleato del dicembre 1942 che parlava apertamente della politica di sterminio messa in atto dai Nazisti in ossequio ai propositi più volte enunciati da Hitler, e descriveva una Polonia trasformata in ‘mattatoio’.
Le informazioni, anche circostanziate, di cui disponevano le Autorità Federali, provenienti da fonti alleate e da associazioni ebraiche presenti in territorio svizzero, non dovevano arrivare ai cittadini, anche per paura che potessero essere fonte di disordini sociali, di aspre contrapposizioni tra chi era sinceramente antifascista e chi coltivava, oltre che simpatie per l’Asse, anche un vigoroso antisemitismo.
La pace sociale era bene primario, e doveva essere salvaguardata ad ogni costo, evitando ogni informazione che potesse essere divisiva. Inoltre, tenendo la popolazione all’oscuro di quanto stesse avvenendo agli ebrei, era anche possibile giustificare la politica di limitazione degli ingressi e di respingimento nei confronti dei profughi che premevano a tutte le frontiere della Confederazione, e bollare come esagerazioni non confermate le voci di persecuzioni e massacri che comunque giravano.
Una pagina non proprio nobile fu anche scritta, in quegli anni, dalla Croce Rossa il cui Comitato Internazionale aveva da sempre sede a Ginevra ed era composto da cittadini svizzeri. Come ricorda Silvana Calvo, «poiché la Croce Rossa, rappresentava agli occhi del mondo l’istanza suprema in grado di difendere le vittime, tutti colori che sapevano qualcosa del dramma che si stava consumando sotto il Nazismo, trovavano naturale informare il CICR». La Croce Rossa, dunque, ben sapeva che cosa stesse accadendo.
Ma anche qui prevalsero le prudenze e la determinazione a rifuggire da qualsivoglia implicazione nel problema del genocidio degli ebrei. Forti delle convenzioni internazionali, che prevedevano da parte della CR la tutela dei soli prigionieri militari e civili detenuti in paese nemico, i prigionieri interni, per motivi razziali e politici, erano considerati un problema esclusivo dei singoli stati.
Nulla perciò, neppure i tragici rapporti di membri della stessa CR, o delle rappresentanze nazionali, smosse il Comitato dalle proprie posizioni di estremo riserbo e di rifiuto di ogni qualsivoglia intervento, che non fosse l’invio di pacchi-viveri.
Addirittura, quando nel ’42 il palpabile disagio di vari membri del Comitato fece nascere l’idea di un appello per il rispetto dei diritti umani da sottoporre ai belligeranti, benché questo fosse redatto in termini estremamente blandi e generici, ad esso non fu dato corso, anche per le pressioni del Governo Federale. L’implicita allusione alla situazione degli ebrei avrebbe potuto infatti irritare la Germania, e risultare perciò in contrasto con gli indirizzi di neutralità adottati dalla Svizzera.
Allorché, più avanti, alcune missioni mediche della CR svizzera, inviate sul fronte russo e di fatto controllate dai tedeschi, si apprestavano a rientrare, dopo aver assistito a inenarrabili atrocità, i sanitari dovettero impegnarsi a serbare silenzio assoluto sulla loro esperienza. Venivano al contempo diramate disposizioni preventive di censura a tutti gli organi di informazione, affinché nulla potesse in alcun modo trapelare.
A differenza dei bollettini radiofonici, alcuni giornali riuscirono però a diffondere alcune informazioni aggiornate sulla persecuzione degli ebrei, sfidando la censura e accettando il rischio di essere colpiti da sanzioni. Molto dipendeva, na-turalmente, dall’orientamento delle testate. In questo si distinsero fogli liberali e socialisti, come il ticinese «Libera stam-pa», o periodici confessionali, espressioni della Comunità ebraica e delle Chiese cristiane. La loro diffusione era però limitata, e raggiungeva un pubblico naturalmente selezionato. Sapeva, insomma, solo chi voleva sapere.
Nell’archivio di Benjamin Sagalowitz, direttore dal 1938 e per tutta la durata della guerra della agenzia di stampa ebraica JUNA, sono conservati 800 ritagli di giornale, che rappresentano tutto ciò che in Svizzera fu pubblicato nei riguardi della Shoà.
Accanto ad articoli che presentano le misure adottate dai tedeschi e la sorte delle loro vittime, non mancano però anche scritti che danno sfogo a un violento antisemitismo, che individua nelle attitudini e nei comportamenti degli ebrei la mo-tivazione della ostilità nei loro confronti, li addita come elemento causale della guerra in corso, fiancheggiatori del bolscevismo, nemici attivi della Chiesa.
Curiosamente, come nota l’autrice, questi articoli si fecero particolarmente virulenti proprio quando, allentatasi la censura nel corso del ’44 (fu abolita nel 1945), sorse da più parti un’ondata di solidarietà nei confronti degli ebrei. Proprio questo, evidentemente, si voleva contrastare, anche per opporsi a una più aperta politica di accoglienza.
Il venir meno del potere della censura quando ormai la disfatta della Germania si delineava, consentì a molti giornali di esprimersi finalmente in modo aperto sulla tragedia della Shoà, e di formulare pensieri critici non solo sul popolo tedesco, che aveva consentito e favorito un simile obbrobrio, ma anche sul colpevole silenzio del mondo.
Scriveva Das Volk nel luglio del 1944: «Ora che si sollevano i veli che una troppo paurosa censura non può più imporre, il mondo scoprirà cosa sono capaci di fare uomini non più legati al diritto. Capirà che i fatti di oggi non sono l’inizio, ma la logica fine di uno sviluppo di fronte al quale ha taciuto fino a quando è stato troppo tardi… L’élite spirituale d’Europa, salvo qualche lodevole eccezione, ha preferito agire timidamente quando invece era necessario alzare decisamente e prepotentemente la voce».
Nel maggio del 1945 il National Zeitung punta direttamente la sua attenzione sulle responsabilità della Svizzera. « In quanti hanno percorso il nostro paese spiegandoci quanto bene stava facendo il Nazionalsocialismo, mentre l’infor-mazione sulla sua vera natura e sulle sofferenze da esso provocate era contrastata e definita propaganda e istigazione»?
I giornalisti trovarono allora anche modo di esprimere il proprio personale disagio per essere stati costretti al silenzio e la propria vergogna per averlo consentito.
«Sin dall’inizio della guerra, è sempre stato insopportabile il fatto che si sapesse, da buone e fidate fonti, che l’orrore che si celava dietro l’espressione ‘soluzione finale del problema ebraico in Europa’ significava lo sterminio sistematico di milioni di ebrei, ...ma questi rapporti sono stati proibiti dalla censura mediante un termine inventato per l’occasione, ‘favolette dell’orrore’, e la loro diffusione è stata severamente punita… Siamo sembrati tutti consenzienti, persino una istituzione come la Croce Rossa Internazionale, che non voleva mettere in pericolo le sue relazioni con certi governi responsabili. Se con ciò è stato davvero evitato un male maggiore, non si sa. L’ottusa inerzia verso questi avvenimenti è sembrata una agonia morale» (Thurgauer Arbeiter Zeitung, 8 luglio 1944).
E aggiunge il Landschaftler in quegli stessi giorni: «Chi tace, pur possedendo una voce in grado di farsi ascoltare, mette in pericolo il futuro della convivenza umana e il futuro della civiltà. Ci troviamo al limite estremo della neutralità».

Daniela Manini

 

 

Recensione di Massimo Novelli al libro Francesca Nobili Spada Nell’acquario di Angiporto Galleria

«Francesca si tolse la vita il 31 marzo del 1961. Tre giorni prima, il 28 marzo, aveva finito di scrivere il romanzo. Ritrovato nel dicembre del 2013 dalla figlia Viola Lapiccirella, adesso il testo di Francesca ha finito di essere un dattiloscritto perduto. E sul "mistero napoletano" della sua vita, sulla ferita aperta della morte, su cui indagò Rea, si fa ancora un po’ di luce. [...] Il titolo, Nell’acquario di Angiporto Galleria, riassume bene e simbolizza la storia autobiografica che Francesca Nobili Spada, nata nel 1916, cominciò a scrivere nel 1957. Lì, in quel classico luogo della città di Napoli, c’era infatti la sede de "l’Unità"; e lì convogliarono, tra incontri e scontri, speranze e disincanti, amori e disamori, un gruppo di giovani intellettuali e militanti comunisti nel tempo della guerra fredda. Giovani come Francesca, come il marito Renzo, come Rea, Gerardo Marotta, Guido Piegari; uomini e donne, insomma, che volevano generosamente cambiare il mondo, ma che furono spesso costretti dai casi della vita, e soprattutto dai burocrati del Pci stalinista, a sacrificare i sogni alla ragione di Stato del Partito e di Mosca. Furono sacrifici che ebbero qualche tragico epilogo: la morte di Francesca, quella del matematico Renato Caciopppoli, che si uccise nel 1959. Nel romanzo, la Nobili Spada raccontò se stessa, gli amici e i nemici, tutta gente vera, reale, comunque, e riconoscibile: dagli eretici come loro a Giorgo Amendola, Giorgio Napolitano, Salvatore Cacciapuoti, Maurizio Valenzi. Lo fece però "dopo avere mescolato i frammenti", come aveva detto a Rea, di se stessa e degli altri.»

Massimo Novelli, «Il Mattino» 11 aprile 2018

Recensione di Giorgio Fabre alla nuova edizione ampliata del libro

Michele Sarfatti Mussolini contro gli ebrei

 

La lunga rincorsa di Mussolini antisemita
Storia contemporanea. Nell’edizione ampliata del suo «Mussolini contro gli ebrei», da Zamorani, Michele Sarfatti presenta diversi nuovi «episodi». Già prima del ’38 però..
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Giorgio Fabre

Da: «Il Manifesto» Edizione del 08.10.2017

Nel maggio 1994 Michele Sarfatti pubblicava da Zamorani, editore specializzato in storia della persecuzione antiebraica, la prima edizione di Mussolini contro gli ebrei. Renzo De Felice era già malato, ma ancora attivo e dirigeva la sua rivista, «Storia contemporanea». E molto incisivo era lo stuolo dei suoi allievi, esponenti dell’establishment accademico e collaboratori di vari giornali. Mussolini contro gli ebrei metteva profondamente in crisi, soprattutto grazie alla precisione e all’incontestabilità della documentazione, le tesi dello storico del fascismo, in particolare la sua Storia degli ebrei. Era una svolta in questo campo, anche di metodo. La reazione fu un silenzio greve sul libro di tutta la potente scuola defeliciana. L’anno dopo De Felice pubblicò il famoso Rosso e Nero (Baldini e Castoldi) su Mussolini e il fascismo, ignorando del tutto questo libro. Si ricorda solo, per converso, una recensione appunto dell’allora nemico di De Felice, Nicola Tranfaglia, su Repubblica. Ma la vita del libro di Sarfatti fu assai difficile.
Egli aveva ricostruito con estremo dettaglio – spesso avendo recuperato carte autografe e lavorando sugli originali – tutte le prese di posizione e le concrete azioni persecutorie del capo del fascismo verso gli ebrei nel 1938: compresa l’elaborazione del Manifesto della razza (l’attribuzione era praticamente una novità) e la preparazione accurata delle leggi antisemite.
Dalla ricostruzione emergeva che il duce aveva condotto di persona un lavoro di una complessità enorme e Sarfatti, passo passo, lo aveva seguito – per quanto era stato possibile – nelle sue varie fasi, con documenti originali e interpretazioni assai innovative. È ovvio che a uno storico come De Felice, che aveva puntato a dimostrare come nel 1938 Mussolini avesse «discriminato» gli ebrei, più che «perseguitarli», una ricostruzione del genere potesse dare fastidio. In un certo senso, Sarfatti agì da «revisionista» nei confronti dello storico italiano accreditato come il massimo esponente italico del revisionismo storiografico. Se ne accorse George Mosse, che fino ad allora sul fascismo italiano aveva seguito in tutto De Felice. Rapidamente (e morto De Felice nel maggio 1996), Mosse fece uno scarto e nel ’97 dichiarò che su antisemitismo e razzismo non dava retta «fino in fondo» allo storico reatino e qualche anno dopo certificò che riteneva Mussolini «un convinto razzista».
Oggi, a quasi un quarto di secolo dalla prima uscita, presso lo stesso editore Sarfatti pubblica una nuova edizione ampliata di Mussolini contro gli ebrei (Zamorani, euro 28,00), 217 pagine invece di 199 e con un corpo più piccolo, in cui aggiunge e illustra diversi nuovi episodi dell’antisemitismo di Mussolini nel 1938: alcuni recuperati e ridiscussi in base ai nuovi studi pubblicati nel frattempo, altri ricostruiti in maniera inedita. Chiude il volume un capitolo sul censimento degli ebrei dell’agosto ’38, che non contiene novità rispetto al ’94.
Il risultato della seconda edizione è la dimostrazione – ancor più forte di quanto si sapesse o si potesse intuire – dell’impegno antisemita di Mussolini: che, come è noto, era un lavoratore indefesso e veloce, ma fu davvero impressionante per l’attenzione e la cura con cui predispose il terreno e poi preparò le nuove leggi contro gli ebrei. Rispetto a vent’anni fa, sappiamo ora che nel 1938 scrisse articoli (in forma anonima) sulla campagna razzista; allertò con anticipo, un mese prima del Manifesto, i ministeri che avrebbero dovuto agire; si preoccupò, fin dal novembre 1937, di avvertire i nazisti della campagna antisemita che si andava preparando in Italia. Si fece affiancare da alcuni «tecnici», i cui ruoli però sono ancora piuttosto opachi; e poi da qualche politico; ma fu lui a ideare e a guidare tutta l’operazione, con fermezza e talora perfino con estrema durezza: come oggi si vede bene dal modo in cui trattò, perfino sbeffeggiandoli, papa Pio XI e la Chiesa.
Viene da dire, quasi in automatico, che tutta questa operatività non poteva essere nata come un fungo, tra la fine del ’37 e quella del ’38. Mussolini agiva in maniera molto diversa da Hitler: era metodico, aveva tempi lunghi di preparazione e di elaborazione, più volte sperimentava e talvolta tornava sui suoi passi, come fece anche nel 1938, quando – a febbraio – preparò il dettaglio dell’azione razzista con cinque-sei mesi di anticipo. Lo aveva fatto anche in altri campi: nel fondamentale e delicatissimo terreno corporativo, che richiese anni di preparazione; o in quello della censura dei libri. È plausibile, quindi, che la preparazione sia stata molto più lunga, anche se magari non continuativa, come del resto anche nel 1938.
In effetti, da altre ricerche è emersa una diversa interpretazione del periodo che anticipò le leggi contro gli ebrei, una preparazione che risale più indietro nel tempo rispetto al 1936-’38. Sarfatti ne accenna, ma concentra la sua analisi sul periodo della persecuzione «pubblica». Eppure è ormai ampiamente documentato che eliminazioni specifiche di ebrei da vari posti di responsabilità furono ordinate a partire dal 1933-’34: accadde nei comuni, nelle province, nei sindacati, negli ospedali, in qualche caso nelle università. Mussolini poté predisporre con cura, ben soppesando e con altri stop and go prima del fatidico 1938, il terremoto che provocò con le leggi razziste. Non solo ci pensò, ma eliminò. È una vicenda su cui continua a emergere nuova documentazione, ma il quadro complessivo di questo «prequel» è chiaro e ineludibile.
Eppure, anche con questi limiti, il libro di Michele Sarfatti continua a restare un piccolo capolavoro della storiografia del Novecento, in una materia difficile e ancora controversa come quella delle leggi razziali. Oggi, questo campo storiografico è diventato un campo di battaglia, soprattutto per le lotte e per le carriere accademiche, e la qualità della ricerca è andata in caduta libera. È naturale che quel libro sia ancora, per molti aspetti, un modello.

 

Mussolini e gli ebrei: la via italiana alla catastrofe (e quella “benevola” auto-assoluzione collettiva)
di Claudio Vercelli

22 dicembre 2017 Libri

http://www.mosaico-cem.it/cultura-e-societa/libri/mussolini-gli-ebrei-la-via-italiana-alla-catastrofe-quella-benevola-auto-assoluzione-collettiva

Come si arrivò alla Leggi razziali del 1938? Quale il tratto peculiare dato dal dittatore alla persecuzione degli ebrei? Il Duce mise a punto un “modello originale” di razzismo antiebraico? Sì, risponde lo storico Michele Sarfatti in un saggio. Smentendo i luoghi comuni sugli “italiani brava gente” e le false credenze: non si trattò di fare un “regalo” all’alleato nazista

Al ripetersi di una mitologia consolidata, quella per cui l’apparato discriminatorio, e poi persecutorio, contro l’ebraismo italiano e gli ebrei in Italia sarebbe stato il prodotto di un atto di deferenza politica e di allineamento ideologico alla volontà di Hitler, la risposta che deve essere data richiede l’analisi fredda e obiettiva delle fonti documentarie. Da molti anni Michele Sarfatti, già direttore del Centro di documentazione ebraica contemporanea CDEC di Milano, dedica i suoi studi a identificare e ad argomentare con dovizia i riscontri sulla volontà mussoliniana e sull’impegno del regime per dare corpo a un organico razzismo antiebraico nel nostro Paese. La nuova edizione di Mussolini contro gli ebrei. Cronaca dell’elaborazione delle leggi del 1938 (Silvio Zamorani editore, Torino 2017, pp. 221, euro 28,00), si presenta ai lettori italiani, ventitré anni dopo la sua prima pubblicazione, con un corredo di documenti e ulteriori riflessioni dell’autore medesimo, che sostanziano ancora meglio il senso dell’oggetto della ricerca, ossia la traiettoria dell’antisemitismo fascista.
Il lavoro di scavo sistematico, compiuto dallo studioso tra le fonti, ci restituisce l’ampia intelaiatura che ne è parte, smentendo incontrovertibilmente la fiera dei luoghi comuni su un fascismo che sarebbe stato tendenzialmente a-razzista, almeno fino a quando la guerra non si approssimò, nonché animato da un antiebraismo recalcitrante. Il 1938, da questo punto di vista, segnò il passaggio da «una complessa politica discriminatoria a una dura politica persecutoria». Tuttavia, la filiera delle intenzioni e poi delle decisioni si articolò in un arco di tempo e attraverso una qualità del processo decisionale ben più corposi di quanto un anno, pur decisivo, non possa ora dirci e consegnarci. Poiché essa era, al medesimo tempo, un punto di arrivo e un punto di partenza.
Punto di arrivo rispetto alla costruzione e alla diffusione del tema della «questione razzista», in chiave antisemitica. Punto di partenza per la sua traduzione in atti legislativi, ovvero in una politica di Stato che era componente integrante della definizione di una nuova identità italiana fondata sui processi discriminatori, sulla vessatorietà amministrativa, sull’esclusione sociale e, successivamente, sulla persecuzione delle esistenze di quegli italiani che, invece, non erano più considerati tali.
Il campo d’indagine di Sarfatti rimane quello dell’identificazione delle modalità e dei passaggi attraverso i quali Mussolini, tra febbraio e novembre 1938, pervenne a impostare e poi a tradurre in atti concreti la «persecuzione legislativa antiebraica». La rilevanza e la fecondità di questo approccio deriva dalla centralità di Mussolini all’interno degli equilibri tra poteri fascisti ma anche dal tratto peculiare che il dittatore concorse nel dare all’impianto legislativo in corso d’opera. L’autore ha particolare cura nel distinguere alcuni elementi endogeni nel definirsi del regime persecutorio, separando gli ambiti della convinzione (la maturazione del pensiero antisemitico) e dell’enunciazione (la formulazione pubblica del medesimo) da quello dell’azione, cioè del complesso di atti e fatti che traducono l’una e l’altra in una dimensione continuativa, informata ai principi della legge oltreché della politica. Su quest’ultimo aspetto, quindi, si sofferma con la sua ricerca. A ciò coniuga, ben consapevole del peso che hanno assunto nel dibattito collettivo, il «preventivo rifiuto» di tre percorsi interpretativi altrimenti assai comuni, ossia lo «Shoah-centrismo», il «nazi-centrismo» e il cliché che continua a consegnare agli italiani una patente di sostanziale estraneità nei confronti del razzismo. Nessuno dei tre, qualora decontestualizzati, ha infatti in sé un valore esplicativo. La Shoah, se è storicamente la stazione terminale dell’antisemitismo biologico e apocalittico, non è la chiave per comprendere ciò che la precede. Quanto meno, non può esserne l’elemento esclusivo, rischiando altrimenti di appiattire la complessità e la varietà delle manifestazioni antisemitiche, nei due decenni precedenti alla catastrofe, sulla base degli effetti che se ne misurarono poi durante la guerra. La medesima cosa può essere detta a corredo di quegli approcci che rimandano alla Germania di Hitler come matrice esclusiva, o comunque prevalente, dell’antiebraismo europeo, esentandosi dal ragionare sulla creazione e il rafforzamento di “tradizioni del pregiudizio” nazionali, a partire dalla stessa Italia, a volte destinate ad incontrarsi e a ibridarsi con quella tedesca. Ovvero, a rafforzarla, influenzandone quindi alcuni tratti.
L’attenzione esclusiva nei confronti dell’antisemitismo hitleriano si incrocia semmai con il bisogno di rinnovare lo stereotipo dell’inabilità nostrana ad assumere in proprio pratiche discriminatorie, vessatorie e poi persecutorie della minoranza nazionale ebraica. Fino a giungere ad una benevola autoassoluzione collettiva. Benché la storiografia si sia posta nel corso del tempo quest’ordine di problemi, la discussione pubblica è ben lontana dall’averli accettati come elementi di un approccio critico, e analitico, nei riguardi del passato collettivo. In Sarfatti non c’è l’impellenza di rilevare i ritardi o le amnesie di coscienza bensì il bisogno di argomentare su un’adeguata conoscenza. Anche per questo la figura e il ruolo di Mussolini tornano ad essere capitali, avendo egli concorso attivamente alla definizione della natura del «problema ebraico» e, soprattutto, all’identificazione degli strumenti legali per porvi rimedio. L’autonomia italiana, quindi, ne emerge in maniera senz’altro incontrovertibile attraverso l’indagine dell’intensa attività che tra l’inizio e la fine del 1938 caratterizzò l’impegno del duce fascista, il quale si dedicò «allo studio e all’elaborazione di un’impostazione legislativa che fosse coerente con le caratteristiche proprie del fascismo, dell’Italia, della loro collocazione internazionale. Questo vero e proprio lavoro fu da lui condotto con attenzione, con consapevolezza degli effetti sulla realtà delle norme via via progettate, con piena autonomia e con ampie collaborazioni. Egli si impegnò nella definizione di un modello originale di persecuzione degli ebrei». La qual cosa rafforza la consapevolezza, a distanza di settanta e più anni, della centralità dell’apparato normativo varato nel 1938, e poi corroborato delle successive persecuzioni, nel definire i tratti non solo degli esclusi ma anche dei caratteri degli inclusi, ossia dei possessori di quel «sangue italiano» che avrebbe dovuto dominare un nuovo ordine mediterraneo.

 

 

Recensione di Titti Marrone al libro Francesca Nobili Spada Nell’acquario di Angiporto Galleria

«A un certo punto del racconto il personaggio di Laura, il più somigliante a Francesca Spada, ricorda le "parole dello statuto del partito, stampate sul retro delle tessere: “vita privata onesta, esemplare”. Quattro parole che costruirono intorno a lei, comunista irregolare guardata con sospetto dai compagni per il suo spirito libero oltre che per il suo primo matrimonio con un fascista, la gabbia di pregiudizi e diffidenze arrivata a farla sentire sempre più anomala e sola, fino alla scelta del suicidio. Perché la sua vita privata – e interiore – non risultava conforme ai dettami prescritti da un partito dominato da quella che Ermanno Rea definì “l’ossessione maschilista del comunismo napoletano”. [...] Ora, con Nell’acquario di Angiporto Galleria arriva quella che si può considerare un po’ la vendetta postuma di Francesca. Si fa strada intessendo i fili delle vite dei giovani uomini e delle giovani donne che nel dopoguerra animavano la redazione napoletana dell’«Unità», il mitico quarto piano frequentato tra gli altri da Annamaria Ortese, Raffaele La Capria, Giorgio Napolitano, Gerardo Marotta e posto da Ermanno Rea al centro di Mistero napoletano. [...]. Ma la storia, più permeata dal valore della testimonianza che della prova letteraria, fa affiorare soprattutto quel privato così fermamente irreggimentato dal partito: i pettegolezzi, i tradimenti compiuti o solo sognati, le coppie tenute insieme dalla disciplina di partito, i matrimoni combinati dai funzionari, la deplorazione per unioni come quella di Francesca e Renzo Lapiccirella, considerate non consone al modello di rigore comunista perseguito.»

Titti Marrone, «Il Mattino» 11 aprile 2018

 

Silvio Zamorani editore

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